PALERMO – “Volevo formare degli operai e assumerli nella mia azienda. Ma la Regione, nel momento in cui doveva rispettare gli impegni, è scomparsa”. La storia di Turuzzo Cortese è una storia simbolo del fallimento della Formazione nell’era Crocetta. Titolare del Maglificio Tukor di Barcellona Pozzo di gotto, nel Messinese, l’imprenditore rivendica “le commesse con alcune tra le più importanti case di moda italiane, che ci chiedono prodotti di alta qualità”. E così, caso unico in una Sicilia che affonda, Cortese pensa persino di assumere nuovi dipendenti. Da formare, ovviamente. “Negli anni – racconta – ho visto corsi sul nulla, finalizzati al nulla. Io volevo creare posti di lavoro, dare un impiego ai giovani migliori del corso di Formazione”.
Si propone, quindi, di partecipare ai bandi che prevedono la distribuzione dei fondi del progetto “Prometeo”. Incontra l’ex assessore Nelli Scilabra, ricorda la “cordialità” dell’allora responsabile della Formazione professionale in giunta. Quindi riceve la visita a Barcellona Pozzo di gotto della direttrice del Ciapi di Priolo, ente che gestisce il Prometeo per conto della Regione, Luciana Rallo. Oltre che di tecnici ed esperti.
Sembra tutto a posto. Tutto in ordine. La “Tukor” propone così di organizzare due corsi di formazione per “addetti alla maglieria”, ognuno dei quali composto da una parte teorica e da un laboratorio. Sono sedici gli allievi previsti. La Regione dà il suo via libera. E lo fa sottoscrivendo con Cortese una convenzione. Nell’accordo si prevede, tra le altre cose, che il Ciapi si sarebbe fatto carico delle spese per i materiali che sarebbero serviti per la parte “pratica” del corso: stoffa, bottoni, etichette, aghi, oltre alle spese per macchine, attrezzature ed energia elettrica. La cifra cui convengono Regione e Maglificio è di quasi 19 mila euro.
Tutto bene, quindi. Partono i corsi teorici. E la “Tukor” mette anche a disposizione aule e sale. Arrivano tutor, insegnanti e impiegati per circa tre mesi. Si avvicina quindi l’inizio della parte “pratica” in laboratorio. Così, convenzione alla mano, il titolare della maglieria ordina il materiale necessario. E invia la fattura al Ciapi: 18.698 iva esclusa.
Ma quei soldi non arriveranno mai. E innescheranno un lungo carteggio. “Ho inviato – spiega Cortese – tre chili di lettere. Ma ho ricevuto pochissime risposte”. Tra queste, quella con la quale il Ciapi, di fatto, addebita all’imprenditore l’interruzione dei corsi e propone, per chiudere la questione, il pagamento di poco più di seimila euro per l’utilizzo delle aule messe a disposizione dalla maglieria. “Nel frattempo però – racconta sempre Cortese – arrivavano puntuali le indennità per i docenti, i tutor, le missioni…”.
Il Ciapi, a dire il vero, in qualche modo prova a giustificarsi con l’imprenditore, sia in occasione della proposta di modifica della convenzione, sia in alcune mail che un dirigente dell’ente scambia con Cortese. Per farla breve, il Ciapi affermava che il mancato pagamento delle materie prime fosse dovuto al ritardo dei trasferimenti al Ciapi da parte della Regione.
Le Regione che prima tesse la maglia di quel corso che avrebbe creato davvero posti di lavoro, e di notte scuce la trama a causa dei soliti problemi di bilancio, degli intoppi burocratici, della confusione amministrativa. Così, all’imprenditore messinese non resta che allargare le braccia, e raccogliere maglie e bottoni già acquistati per quel corso. “Ma adesso – chiede – come pago i fornitori?”.

