Sommessamente lo scriviamo senza intenzione di incendiare il dibattito. Antonio Ingroia ha ragione probabilmente su molte cose e forse torto su una. E’ vero, la politica non dovrebbe affidarsi al giudice per poi lamentarsi dell’ingerenza della giustizia. Ci sarebbe un codice etico autonomo da rispettare. Alcune norme da osservare serenamente, senza ricadere nell’anticamera del sospetto. L’assoluzione non è sempre un attestato di innocenza a tutto tondo per il personaggio pubblico. Lasciamo perdere il caso limite del senatore Giulio Andreotti, riabilitato nonostante addebiti pesanti e particolari agghiaccianti nel pronunciamento che pur lo salvò. Ci sono altre storie in cui l’impossibilità di provare la configurazione penale di certi contatti poco raccomandabili o di alcune relazioni comode non alleggerisce la colpa di chi li ha coltivati. Ed è pure vero che Giovanni Falcone e Paolo Borsellino furono aggrediti in vita per venire santificati in morte. I documenti lo provano. Falcone fu crocifisso da ogni lato, anche dai suoi presunti amici col vocabolo “giustizia” perpetuamete a fior di labbra e dai suoi colleghi magistrati. Borsellino, dopo Capaci, fu esposto in ostensione quale predestinato agnello sacrificale. E nessuno mosse un dito per evitare l’epilogo immaginato.
Né Giovanni Falcone e Paolo Borsellino lesinarono interventi pubblici. Con una differenza, a nostro parere essenziale. I due magistrati assassinati si proposero sempre nell’esercizio delle loro funzioni. Significa che non diedero mai adito e conferma circa la diceria di un ruolo politico attivo. Usarono misura e discrezione nel delicato complesso dei legami con istituzioni e popolo sovrano. Falcone fu accusato di adulterio col Psi di Martelli, ma solo per una scelta. La scelta giusta, sintomo di libertà assoluta e di fedeltà al ruolo. Antonio Ingroia ha il diritto di dire ciò che vuole. Se lo fa in esclusiva da una parte sola e contro lo stesso bersaglio, deve mettere in conto l’obiezione. Qualcuno può nutrire il legittimo dubbio – a prescindere dalla buonafede del procuratore e dai contentuti della sua affermazione – che siano interventi faziosi, testimoni di un’appartenenza. I tempi cambiano con le polemiche. Tuttavia, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, il cui esempio è spesso richiamato, mai avrebbero voluto proprio quell’ombra, a torto o a ragione, sulla loro toga.

