PALERMO – Referendum, in Sicilia il No stravince conquistando circa 5 punti percentuali in più rispetto al resto d’Italia. Il verdetto delle urne è chiaro: se in Italia il No sfiora il 54%, in Sicilia supera, addirittura, il 60%, sfiorando il 61% (60,98%), con un boom a Palermo (68,93%).
E il Sì, rispetto al dato nazionale (46%), non riesce a superare il 40%.
Referendum, i dati definitivi
A Palermo il No registra un vero e proprio boom, con il 68,93%, mentre il Sì registra appena il 31,07%.
Rilevante anche il dato catanese, con un No al 63,47% e il Sì ‘fermo’ al 36,53%. Non va meglio a Ragusa, dove il No si colloca sempre sopra la media nazionale, con il 63,35%, mentre il Sì conquista il 36,65% e soprattutto a Siracusa, con il No al 65,23% e il Sì al 34,77%.
A Enna il No al 65,63% e il Sì al 34,37%.
A Caltanissetta i dati definitivi danno il No al 57,84% e il Sì al 42,16. E ancora, Trapani, il No conquista il 59,39% e il Sì il 40,61%, un dato simile al comune di Messina, con il No al 58,85% e il Sì al 41,15%.
Agrigento segue il trend, con un leggero calo del No (56.84%) e il Sì al 43,16%.
Il fronte del No: “Avviso di sfratto a Schifani”
“I nettissimi numeri siciliani – afferma Nuccio Di Paola, coordinatore siciliano del M5s – bocciano non soltanto una pessima riforma, ma anche il governo Schifani, incapace, improduttivo, inutile e dannoso. Da qui parte il conto alla rovescia per lo sfratto di Schifani e dei partiti che lo sostengono”. Il referendum ricompatta il ‘Campo largo’, almeno sul fronte dell’analisi post-voto. E dell’attacco al governo siciliano di centrodestra.
“Il voto è una bocciatura politica e Schifani – sostiene Antonio De Luca, capogruppo M5s all’Ars – non può far finta di nulla. Sull’isola il No ha prevalso in modo netto, con uno scarto significativo rispetto alla media nazionale. È il segno di una diffusa sfiducia verso scelte percepite come lontane dalle reali priorità dei cittadini, che oggi chiedono interventi concreti su lavoro, sanità, servizi e legalità”.
Ismaele La Vardera, leader di Controcorrente, rincara la dose, puntando sul responso delle urne: “Questo non può che essere un dato prettamente politico più che tecnico. La dimostrazione plastica di come il popolo siciliano senza voto organizzato possa ribaltare tutte quelle dinamiche polito-clientelari che solitamente ci sono durante le elezioni amministrative e regionali. Se fossi nella maggioranza di Schifani mi farei due domande e non esiterei ad ammettere la sconfitta meditando le dimissioni, i siciliani sono stanchi ed oggi hanno dimostrato di essere pronti al cambiamento”.
Non ha dubbi il segretario regionale del Pd Anthony Barbagallo: “È il frutto di una grande mobilitazione che ci ha visto in prima linea, pancia terra, con oltre 100 appuntamenti in ogni angolo della Sicilia. Ma soprattutto questo è un avviso di sfratto a Renato Schifani, al suo governo e al centrodestra. Sono stati travolti da scandali di ogni tipo, in particolare quelli giudiziari e speravano nell’impunità, stravolgendo la Costituzione per colpire la magistratura. Gli è andata male, anzi malissimo”.
Alfio Mannino, segretario della Cgil Sicilia, è convinto che “il segnale che viene dal referendum e dalla vittoria del no” sia chiaro: “Questo è un voto che parla anche al futuro della Sicilia – dice Mannino – e alla possibilità reale di cambiamento ed è un segnale anche al governo della Regione che sul fronte della lotta alla corruzione, al malaffare e alla mafia non si è speso.
Il centrodestra tra critiche e analisi
Giorgio Mulè, vicepresidente della Camera ed esponente di Forza Italia parla del voto in Sicilia: “Io guardo a casa mia e guardo anche a quello che poteva essere fatto meglio” e aggiunge: “Quella è una sentinella dal punto di vista politico visto che lì si vota tra un anno”. Il vicepresidente della Camera però assicura che non ci sarà “nessun processo o critiche agli amici della maggioranza, non avrebbero nessun senso”.
“Non posso nascondere la mia amarezza per la sconfitta del SÌ – afferma il deputato regionale di Grande Sicilia Gianfranco Micciché – Ancora più forte per avere assistito, qui in Sicilia, a un colpevole disinteresse del centrodestra. Amarezza ancora maggiore nei confronti di Forza Italia: i suoi dirigenti avrebbero avuto l’occasione di ringraziare Berlusconi per ciò che ha fatto per tutti noi e, invece, da molti è stato tradito proprio sulla battaglia della sua vita, quella per una giustizia giusta, che in Europa manca solo a noi e alla Grecia”.
“Se davvero ciò è accaduto per strafottenza o, peggio, per calcoli correntizi di qualche stupido, l’amarezza diventa dolore – prosegue l’ex presidente dell’Ars – ed è grave che chi guida Forza Italia non assuma subito le iniziative necessarie. Sì, servono calci nel sedere contro chi non merita di indossare la maglietta con il nome di Berlusconi. Non fare più parte del gruppo all’Ars non può bastare a farmi stare in silenzio, anche perché io a Berlusconi ho voluto e continuo a volere un bene infinito”.
“Posso accettare una vittoria del NO, ma ho troppa esperienza per non capire cosa è successo. Dove erano dirigenti, deputati, senatori, sindaci e assessori di centrodestra? Poche iniziative – conclude Micciché – nessuna vera mobilitazione, nessuna sala piena come accade di solito. Spero comunque che la riforma possa essere completata in futuro, da qualsiasi schieramento, senza che qualcuno gridi all’annullamento della Costituzione o ad altre sciocchezze simili”.
“Siamo delusi: questo referendum rappresenta un’occasione persa per modernizzare la giustizia e avviare l’Italia verso una nuova stagione di riforme, un passaggio che difficilmente si ripresenterà nel breve periodo – dichiara l’eurodeputato Marco Falcone, vice capo delegazione di Forza Italia nel Gruppo PPE al Parlamento europeo, commentando l’esito del referendum sulla giustizia -. Il popolo è sovrano e ne rispettiamo pienamente la volontà. Allo stesso tempo, chi ha responsabilità politiche deve saper leggere questo risultato e farne tesoro per il futuro”.
“Proprio in Sicilia, poi – riflette Falcone – la sconfitta del Sì assume proporzioni ancora più rilevanti rispetto ad altre regioni, pare si superi addirittura l’Emilia-Romagna in termini percentuali. È un segnale da non sottovalutare, un forte campanello d’allarme per il centrodestra nel suo complesso e, per quanto ci riguarda, in particolare per la tenuta di Forza Italia. Le nostre roccaforti vanno difese con impegno e vicinanza alla gente, non considerate per acquisite“, conclude Falcone.
“Quando il popolo si esprime, va sempre ascoltato – afferma in una nota la parlamentare di Fratelli d’Italia Carolina Varchi, capogruppo in commissione Giustizia – Questa riforma faceva parte del programma di governo del centrodestra e rivendico il diritto-dovere di averla portata avanti. Probabilmente non è stata pienamente compresa dai cittadini che, a mio avviso, si sono lasciati trascinare da un piano di dibattito diverso rispetto ai contenuti reali della riforma. Ciò nonostante, l’azione del governo proseguirà senza esitazioni. Resta il rammarico per un’occasione mancata”.
La senatrice di Forza Italia Daniela Ternullo esordisce ricordando che “il popolo è sovrano e la sua volontà va rispettata senza riserve. Questo è il fondamento della democrazia e noi, da democratici, non possiamo che inchinarci al risultato delle urne. Detto questo, non posso nascondere la mia amarezza. L’Italia ha perso oggi una grande occasione per riformare davvero la giustizia, per renderla più equa, più rapida, più vicina ai cittadini”.
“Quello che ha pesato negativamente su questo referendum è stata la strumentalizzazione politica che ne è stata fatta – conclude la Senatrice. Una parte del fronte del No ha trasformato una riforma di civiltà giuridica in un attacco alla Presidente Meloni, in uno scontro politico fine a sé stesso. E questo ha disorientato molti cittadini, che avrebbero meritato invece una discussione seria e trasparente sui contenuti reali dei quesiti”.

