Consideriamo un siciliano che, ogni mattina, riemerge dall’inquietudine delle sue notti. E affronta il calvario di essere, suo malgrado, un siciliano. Legge i giornali. Se più avvezzo alle novità, le notizie le cerca sul web. Altrimenti si serve all’edicola. Legge, dunque, clicca o sfoglia. Ed ecco che la Sicilia gli cade addosso come un macigno. I fatti raccontati non sono suscettibili di altre interpretazioni che non portino all’incedere maestoso della rovina. Il viadotto crollato di una terra spezzata in due e soffocata dalla noncuranza, dai palleggi di responsabilità. Il black out informatico della Regione: un promemoria dell’oscurità. Città abbandonate, simili a lande di disperazione. Tributi da fisco svedese – di una società che chiede, ma poi ridà con gli interessi – disservizi da sottoscala della civiltà.
E si aspetta – quel siciliano, insonne di notte per l’angoscia, che attraversa i giorni quasi fossero allucinazioni – che un tale disastro, nelle sue evidenze e conseguenze, sia al centro del cosiddetto discorso politico. Così, continua a consultare e a cercare, ma trova solo la Sicilia delle chiacchiere e delle beffe.
Apprende che il governatore ha convocato una conferenza stampa a Palazzo d’Orleans. Per fare il punto sulla catastrofe? Per comunicare finalmente che cominciano i lavori per ricongiungere Palermo a Catania? No, per togliersi qualche sfizio. Saro da Gela ha perso le elezioni e deve regolare i suoi conti con il mondo cattivo. Pillole di Crocettismo avanzato. “Faraone e il governo nazionale non sono venuti a Gela. Io sono andato, perché sono leale. Ha vinto Cancelleri? Non mi sembra che nella sua città Caltanissetta abbia ottenuto grandi risultati. Con i grillini sono in vantaggio io, due a uno”. Dopo avere rassicurato gli interessati alla sua personale partita con i Cinque Stelle, il presidente rinforza il carico tramite agenzia: “Renzi non ti fare intrappolare da alcuni dei cosiddetti renziani siciliani, che non sono affatto rottamatori e in Sicilia rappresentano la conservazione: parlo di individui che pur ricoprendo ruoli di governo e dunque dovrebbero aiutare a risolvere i problemi della Sicilia in realtà agiscono per un solo interesse, sponsorizzare se stessi”.
Il povero siciliano anonimo di questa storia prosegue la lettura, sentendosi protagonista di uno di quei film da incubo che finiscono sempre malissimo. Ora tocca ai renziani – pensa un po’ rincuorato – chissà se diranno, finalmente, qualcosa di sicilianista. Ecco Garozzo, sindaco di Siracusa: “Le dichiarazioni rese dal presidente Crocetta sono un penoso tentativo di scaricare su altri le colpe dei ballottaggi. La sua è una gestione amministrativa capace solo di distruggere, come nel caso della formazione professionale e dell’abolizione delle province, senza riuscire a costruire nulla di alternativo e che alla fine gli elettori hanno punito”. E giù una logorrea di note incrociate, per stabilire chi sia più renziano di rito gigliato, cioè autentico.
E il viadotto? E il dolore della gente – dolore non metaforico, fisico, tangibile -, dei padri che vedono appassire i figli, dei figli che osservano impotenti la tristezza dei padri? E i blackout di una Regione che già come Polifemo ha un occhio solo e talvolta nemmeno da quello riesce a vedere? E la desolazione della moneta che manca, del futuro che non c’è e rende misera la vita? Possibile che il potere sia tanto arido da non fingere neanche un po’ di interesse, che la sua unica preoccupazione siano le lotte al coltello, nei vicoli, per staccare gli scalpi degli avversari? Non si chiedono soluzioni immediate – ormai riflette ad alta voce l’uomo derelitto che ha il volto di tutti noi – però, almeno, una iscrizione nell’agenda, una preoccupazione, un dibattito all’altezza delle lacrime. Se la politica non riesce nemmeno a immaginare un percorso, a che serve allora?
Ma è così che trascorriamo le nostre giornate febbrili, le nostre notti senza pace. Sommersi dalla vacuità, dall’indifferenza, nella Sicilia delle beffe e delle chiacchiere.

