Coronavirus, quelle donne | che combattono in trincea

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Foto di gruppo al 'Cervello'
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Il coraggio è grande, lì dove la battaglia contro l'epidemia si fa più dura. L'appello: "Restiamo a casa".

PALERMO– La voce narrante, che è quella di un uomo, un camice bianco di lungo corso, un po’ si incrina e si commuove, quando arriva alle donne, dopo un’altra faticosa giornata che non distingue ormai l’alba dal tramonto. Ma lui vuole parlare ancora delle meravigliose ragazze che, nella trincea di un ospedale, combattono palmo a palmo contro il Coronavirus, a fianco dei loro meravigliosi compagni di lotta.

E dice: “Ne parlo perché, qualche volta, certo non da noi, le donne non sono considerate per come meriterebbero sul posto di lavoro. Ma loro, le mie colleghe, insieme con i miei colleghi, stanno dando una prova inaudita di coraggio e di forza. E questo vale per tutti coloro che indossino un camice bianco”.

Siamo nel cuore dell’azienda ospedaliera ‘Villa Sofia-Cervello’. Ma, appunto, lo stesso discorso vale per tutti gli ospedali e per i loro semplici eroi che non mollano, senza chiedere nemmeno un ‘grazie’.

La voce narrante racconta: “Le mie colleghe sono eccezionali. C’è Tiziana, al Pronto Soccorso del ‘Cervello. Io non so come vada avanti. Non dorme praticamente mai. Di giorno lavora, di notte telefona e telefona, prima di riprendere a lavorare. C’è Orazia che si occupa dei tamponi che, in cinque giorni, ha praticamente messo su un laboratorio di microbiologia molecolare. C’è Silvana, neurochirurgo, pronta a operare al cervello un sospetto caso di Covid, poi, per fortuna, risultato negativo. Anche lei c’è, di giorno e di notte, sempre disponibile”.

La voce si interrompe un attimo per un sospiro. Il carico di chi sta in corsia è un fardello tremendo. E non somiglia a nulla che sia già accaduto. Poi, il filo si riannoda: “Ci sono Carmen e Stefania che non hanno una sosta da settimane. C’è Simona che è una infermiera onnipresente. Dove c’è bisogno, arriva lei. Quando questo incubo finirà, perché finirà, bisognerà conservare nel cuore il coraggio di queste donne e di questi uomini. Il coraggio di mia figlia che, da sola, nella sua stanza, a Milano, ha scelto di non tornare a casa e contrasta il coronavirus, con una serenità che mi dà forza. Ecco, tutte queste persone e pure quelle che non ho nominato io le voglio ringraziare una per una. La guerra la vinceremo grazie al loro impegno, ma dobbiamo stare a casa, altrimenti è inutile”.

A questo punto la voce si incrina fino alla rottura. E la telefonata finisce qui. Però, non si disperde l’eco di buono che lascia nell’aria, in un tempo tanto difficile. E porta con sé la speranza di una prossima, non troppo lontana, felicità.


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