"A lassa e pigghia" | Romanzo civile di Giuliana Saladino - Live Sicilia

“A lassa e pigghia” | Romanzo civile di Giuliana Saladino

Continua la nostra rilettura delle opere degli scrittori siciliani. Ma come scrive una donna?

INCHIOSTRO DI SICILIA
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‘Ma come scrive una donna? A lassa e pigghia, lascia e piglia, lascia e piglia, interrotta venti volte, suona il telefono, si perde il filo, si ricomincia, suona il citofono, tutto daccapo, ora suonano alla porta, ma figurati, vieni, non facevo proprio nulla, riprendo, aspetta, la pentola a pressione fischia… No, non stendo la biancheria, domani ci pensa Grazietta alla biancheria, rileggiamo, ben concentrata… perché in fondo tutte le scuse sono state buone, finiamola con gli alibi e il vittimismo, si fa di tutto pur di non scrivere di cose che dolgono. ’

Con queste parole Giuliana Saladino conferisce all’esperienza della scrittura il carattere straordinario dell’ordinarietà.

Una donna scrive esattamente in questo modo, inciampando nei riti veri o pretestuosi della realtà, pur di rimandare l’ingresso nella mai consolatoria esposizione dell’anima alla parola. Fosse anche per narrare una gioia.

Il suo romanzo civile è ‘un seminario sulla morte’ costruito su pagine d’amore: una via crucis narrata con la fermezza di una penna che non scivola verso il metafisico perché convinta che la storia debba essere scritta con il sangue.

E di sangue di Sicilia scrive Giuliana: un rosso di agonia, un rosso di lotte sociali, un rosso fertile di cielo e di fiori. E, quanto più affonda la lama nelle vene dell’isola, misteriosamente, il lettore viene trasfuso dal plasma di una profondissima spiritualità laica.

Negli anni novanta, la incontravo alla redazione della rivista Mezzocielo. Silenziosa e minuta, sembrava la sostenesse un filo di ferro. Fumava come se nel corpo avesse avuto un camino interiore, acceso in tutte le stagioni.

Faceva unico corpo con le altre donne di uguale tempra. La loro femminilità aveva percorso la vita su rotaie di ideali vissuti faccia a faccia. Ciascuna, seppure in piena autonomia, aderiva all’altra, in un credo esistenziale e politico che mi disarmava.

Era ‘l’alta educazione alla vita che serve anche alla morte’, di cui parla nelle sue memorie civili, lontana dal credo intellettuale della mia generazione, già permeata dai valori di un umanesimo dal gusto nichilista.

Per questo motivo, di cui non avevo chiari i contorni, seppure accolta fra loro, sentivo la mia diversità come solitudine.

Anche dopo avere scritto un paio di apprezzati contributi, ancora presenti nell’archivio della rivista, non riuscivo ad accettare le loro braccia forti, il cui ricordo, nell’annotare queste pagine, ritorna vivissimo.

La loro generazione aveva generato l’humus della rivolta femminista che, invece, aveva anticipato la mia. Con grande sapienza storica, Giuliana ne scrive esattamente: ’Quando arrivò addosso l’onda femminista, e le giovani presero a consumarsi in tormentose sedute di autocoscienza, per me era risacca senza urto, diventavano esplicite verità affinate in silenzio: già visto, già sentito, già sofferto, mai detto.’

Era, forse, quel silenzio che le aveva temprate e rese coscienti, attente al nuovo respiro delle donne più giovani che, con smisurato senso, rivendicavano la loro parola.

Le memorie di Giuliana si aprono con l’annunzio di un’inquietudine. In verità con una deflagrazione: la malattia del nissenopazzo, Rocchi, il compagno Calogero Roxas.

Il freddo della diagnosi rompe lo specchio in cui per molti anni si erano guardati, riconoscendosi: le parole diventano argento fatto a pezzi, frammento femminile, vibrante, durissimo.

Il cancro entra con l’insidia di una mosca che oltraggia l’indeterminato tempo di una relazione privilegiata.

Con la solenne serietà dell’irreparabile, Giuliana ricostruisce, per non perderla definitivamente, una vitalità esistenziale nello stile della testimonianza.

Una struggente e disciplinata cronistoria sentimentale, mai battezzata dal pianto: a viso aperto, ritorna fino agli anni dell’impegno politico della giovinezza in cui conosce Rocchi e istaura con lui ‘quel complesso e libero meccanismo di un’amicizia alta e duratura.’

Con la potenza di una scrittura umile e tagliente non impianta la sterilità del ricordo, ma rifonda una ricchezza spirituale che ’per poco non la buttavamo via come paccottiglia.’

Ripercorre la sua passione civile, la riconsidera, la viviseziona senza indulgenza.

‘Solo ora mi pare di sapere cosa è un paese… solo ora mi apre di sapere che cosa è un contadino… solo ora mi apre di sapere che cosa è una donna’ – dice con inflessibile e lucida maturità.

E ancora: ’Non riconoscemmo il 18 aprile, le lettera dell’America che trovavamo in ogni casa di operai e contadini… non riconoscemmo la riforma agraria e tutto quello che doveva seguirne… non riconoscemmo la farsa dell’industrializzazione, né l’emigrazione, né le insidie della legge elettorale regionale… non riconoscemmo l’URSS e gli orrori del socialismo…’ in una terra che chiedeva pane e lavoro e che ebbe, non solo per merito delle lotte di quella generazione, ‘pane prosciutto auto e seconde case a prezzo della Sicilia, del suo caracollante disordinato sviluppo del sottosviluppo’, tanto da non riuscire più a comprendere ‘se i siciliani siamo dei poveri molto ricchi o dei ricchi molto poveri’.

Nel celebrare il funerale politico della sua generazione, insieme alla scomparsa dell’amico, Giuliana narra della sua vita in quattro reincarnazioni: quella di una bambina undicenne di nobile famiglia condotta per mano da una Dama di San Vincenzo, quella della militante comunista, quella della giornalista de ‘L’Ora’ e, infine, quella di una signora ultracinquantenne, consapevole di essere ‘molto siciliana’.

E da siciliana racconta una Palermo che non riconosce nel vederla crescere ‘nervosa e cupa.’

Durante le sue ultime estati, disegna la carne di una città in cui le vecchie generazioni non riescono a saldarsi con le nuove perché prive di indicazioni, elaborazioni convincenti o possibili.

Giunge la morte di Rocchi, inaspettata, con il suo suicidio che neppure la sorveglianza della ziamamà e l’assidua presenza dei compagni, riescono ad evitare, lasciandola come ‘la figlia del re che nessuno riesce a far ridere.’

Lo specchio si è consumato: i frammenti sono come evaporati, dissipati in inchiostro.

Rimane il suo romanzo civile, pubblicato postumo per volontà delle figlie, appena dopo la sua morte. Rimane la memoria delle lenzuola stese alle finestre dal Comitato che, il giorno dopo le stragi, animò con la forza leonina di un lutto che divenne collettivo. E i suoi scritti tutti, di donna e di compagna.

E se è vero che ‘l’intellettuale meridionale è una brutta bestia, e peggio diventa quando rimane qui’ è vero, soprattutto, che la complessa vocazione al pensiero che si coltiva in Sicilia è, come in queste memorie, percorso e approdo per le generazioni future.

Non avendo trovato in tempo una parola da porgerle, nell’impreciso luogo in cui accende l’ennesima sigaretta, confido, adesso, in un sorriso di Giuliana.


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