PALERMO– Dal calderone dei ricordi e della retorica si fanno largo delle immagini. Vanno oltre le parole, coprono la traiettoria che dal cuore arriva dritto al cervello. E alla fine danno un senso autentico alla manifestazione “Palermo chiama e l’Italia risponde” organizzata dalla fondazione Falcone nell’aula bunker del carcere Ucciardone nel venticinquesimo anniversario della strage di Capaci. Lì dove il maxi-processo confermò la bontà delle intuizioni investigative di Giovanni Falcone. Lì dove diciannove ergastoli e condanne per migliaia di anni di carcere scatenarono le reazione di Cosa nostra.
La prima immagine ha i colori della divisa del figlio di Vito Schifani, uno degli agenti dilaniati dal tritolo di Capaci. Emanuele fa il finanziere. Se ne sta dietro la madre Rosaria, collegati in diretta con l’aula bunker dal luogo dell’eccidio. Una madre che ai funerali del marito disse ai ai mafiosi: “Vi perdono, ma inginocchiatevi”. Agli stessi mafiosi oggi dice: “Non si pentono, non hanno coscienza, non si guardano allo specchio”. E mentre pronuncia queste parole volge il capo verso “mio figlio, che ha cercato suo padre per anni nelle fotografie”. Il padre lo ha trovato in quella divisa che porta con fierezza. La rabbia resta, ma l’orgoglio forse l’ha mitigata. Immutato resta il dolore che si cristallizzata nelle lacrime di Tina Montinaro, altra vedova di Stato, e in quel groviglio di lamiere che è stata la macchina di scorta del giudice Falcone. In quel maledetto 23 luglio a bordo c’erano Vito Schifani, Antonio Montinaro e Rocco Dicillo. “Dentro la macchina ci sono i nostri ragazzi – dice Tina – i loro sogni, le loro famiglie e oggi anche la consapevolezza che la loro morte è valsa a qualcosa”. Non si può restare indifferenti di fronte all’ammasso di lamiere, manifestazione tangibile della potenza di fuoco usata di Cosa nostra per sbarazzarsi di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e dei ragazzi delle scorte.
Quella macchina ferma la clessidra del tempo al 23 maggio 1992. Che beffardo è il tempo, inteso come scansione cronologica della vita. I più giovani, le cui immagini d’epoca scorrono sul maxischermo, sono quelli che hanno avuto la sfortuna di saltare in aria. Chi è rimasto si è goduto il privilegio di invecchiare accompagnato dai ricordi. Invecchiato è Piero Grasso, oggi presidente del Senato e giudice a latere del maxi processo. Invecchiato è Giuseppe Ayala, pubblico ministero del dibattimento che segnò la condanna a morte per Falcone. Invecchiati sono Leonardo Guarnotta e Giuseppe Di Lello che fecero parte del glorioso pool antimafia di Palermo pensato da Rocco Chinnici e realizzato da Antonino Caponetto. Le parole di Di Lello sono la cifra dell’utilità del sacrificio di uomini come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino: “L’ala militare di Cosa nostra è seppellita all’ergastolo. Finalmente sappiamo che la lotta alla mafia non è impari, che lo Stato sta vincendo. Non si contano più a decine i morti ammazzati per le strade”.
Ogni tanto, però, seppure in maniera fortunatamente lontana dalla declinazione corleonese e stragista la mafia batte un colpo. Lo ha fatto ieri ammazzando un boss, Giuseppe Dainotti, per le strade della Zisa. Dimostrazione che ci sono sacche di città dove vige la regola del più forte. L’omicidio di ieri non trova spazio nei discorsi della giornata. Una finestra sull’attualità la aprono Marco Minniti e Rosi Bindi. Il ministro dell’Interno che su Matteo Messina Denaro dice “nessuno è imprendibile”, la presidente dell’Antimafia invitando la politica, alla vigilia delle prossime tornate elettorali a stare alla larga dei voti della mafia, “perché i voti della mafia puzzano”.
E poi c’è l’immagine degli studenti, coccolati dal ministro dell’Istruzione Valeria Fedeli che ne sottolinea l’impegno nel progetto. Da chi frequenta la prima elementare fino agli universitari. Quei ragazzi che, come dice Maria Falcone, sorella del magistrato e anima della fondazione, “stanno cerando una società diversa”. Un ragazzo di Biella spiega perché è orgoglioso di essere venuto a Palermo, dove ha incontrato altri ragazzi, si è confrontato con loro, ha visto in faccia l’impegno dello Stato e ha coltivato non il dovere ma il piacere della memoria. È ai giovani che si rivolge il capo dello Stato, Sergio Mattarella: “Oggi, e per il futuro, le idee, la tensione morale di Giovanni Falcone, di Francesca Morvillo, di Paolo Borsellino, camminano anche sulle vostre gambe: sulle vostre idee, sui vostri comportamenti. Vi auguro di esserne, come oggi, sempre consapevoli”.

