Appalti, tangenti, attentati |Il "patto" mafioso con i Cappello - Live Sicilia

Appalti, tangenti, attentati |Il “patto” mafioso con i Cappello

Nella foto, il boss Salvatore Cappello e Massimiliano Salvo

L'indagine Araba Fenice documenta i legami tra la cosca Giuliano di Pachino e il clan catanese.

le intercettazioni
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CATANIA – “Ture Cappello, con lui, sono come fratelli”. A Pachino si cita il nome di uno dei boss catanesi più carismatici e potenti: Salvatore Cappello, ormai da anni detenuto al 41 bis. Il capomafia catanese sarebbe profondamente legato a Salvatore Giuliano, ritenuto il capo indiscusso dell’omonimo clan di Pachino e attivo in una buona porzione della provincia siracusana. L’intercettazione, forse inequivocabile, è una di quelle che documenta i contatti tra la mafia catanese e siracusana. E in particolare tra le due cosche.

C’è un’alleanza mafiosa, forte e consolidata, tra il clan Giuliano di Pachino e la cosca Cappello di Catania. Un legame criminale che emerge in maniera preponderante leggendo le 400 pagine dell’ordinanza Araba Fenice firmata dalla Gip Simona Ragazzi. Un accordo che si delinea nella spartizione dei proventi del pizzo e nell’elargizione di favori di natura ovviamente illecita. E se Turi Cappello è dietro le sbarre, prima del suo arresto nel blitz Penelope a gennaio 2017, sarebbe stato Massimiliano Salvo, u carruzzeri, a tenere vivi i rapporti mafiosi tra i due territori. Tra gli affiliati del clan Giuliano c’era un’altissima considerazione del boss catanese. Ad un certo punto c’è da risolvere una questione di debiti da riscuotere da parte di un’imprenditrice, che decide di rivolgersi alla criminalità organizzata locale. E così avviene l’incontro con Massimiliano Salvo. Al termine dell’incontro partono i commenti sul boss, oggi detenuto al 41bis.

“Quello lì Massimo, è quello che comanda a Catania, ora come ora”, dice uno degli indagati. È il 2015. E poi stila una mappa della mafia catanese. “Nitto Santapaola, Cosa nostra, e Turi Cappello, associato con Turi Giuliano di Pachino”. E aggiunge: “Ma questo ragazzo (il riferimento è a Massimiliano Salvo) è un leader. Ne ha cinque o sei alle spalle. Tutto scortato era”. Ed è vero che il boss dei Cappello viaggia scortato, anche nel corso dell’indagine Penelope della Squadra Mobile di Catania è emerso – come documentato dalle foto pubblicate su LiveSicilia – che Massimo U Carruzzeri viaggiava scortato da un carosello di scooteristi armati. In quel periodo si respira aria di guerra per lo spaccio tra i Cappello e i Nizza.

E a proposito di guerra, è quella che poteva scatenarsi a seguito di un passo falso di un sodale del clan Giuliano di Pachino. Che forte del nome del suo capo si è presentato allo storico mercato della Pescheria di Catania pensando che solo citando il nome di Giuliano potesse liberamente fare affari sotto gli “Archi della Marina”. Ma nella città del Liotru le regole della mafia sono ferree. E le gerarchie, soprattutto per i non catanesi, vanno rispettate. “Me ne vado da Turi (Giuliano, ndr) – racconta inconsapevole di essere intercettato – e gli dico, vedi che mi hanno bloccato!… E certo che ti hanno bloccato, devi parlare con Massimo. Dice, ma perché che cosa hai fatto? Sono andato di testa mia. Ma che sei pazzo, dice, che devi scatenare una guerra… quando si fanno queste cose si fanno gli accordi, se no non li puoi fare…”.

E accordi stipulati tra i catanesi e il clan Giuliano pare fossero diversi. Sempre per evitare azioni violente della cosca Cappello. Come quello relativo alla spartizione di presunte tangenti legate a un appalto per dei lavori al porto di Porto Palo di Capo Passero. Da una conversazione emerge che altri esponenti della criminalità organizzata locale avrebbero fatto pressione a Giuliano affinché estromettesse i catanesi dall’estorsione. “Loro vorrebbero che io facessi bordello con Catania… per questo fatto del porto”, dice. Ma Giuliano pare preferire rinunciare a una parte dei proventi pur di mantenere buoni rapporti con i catanesi. E inoltre nell’affare ci sarebbero entrate almeno tre famiglie: “Per certi versi… per tre mi costa”. E poi spiega: “Perché quando è stato di quel fatto, sono venuti i Paulello (di Gela, ndr) e quelli di Cappello”. Il boss ribadisce ancora che non ritiene opportuno creare tensioni con il clan etneo: “Ma tu mi vuoi fare attaccare una guerra con tutta Catania?”.

Quando Massimiliano Salvo ordina Pachino esegue. Così sarebbe stato per il caso dei danneggiamenti di alcuni mezzi della ditta catanese dei rifiuti Dusty (per cui Salvo è indagato in questo procedimento, ndr) avvenuti nel 2015. In realtà pare che Giuliano non sarebbe stato molto d’accordo. “Turi lo sapeva che si doveva fare questa cosa?”, chiede un presunto affiliato parlando con un altro sodale. “Lo sapeva ma non voleva… “. Ma poi aggiunge: “Sembrava male, un favore dentro al paese si può fare…”. E il favore pare proprio sia stato fatto. E per portare la prova al boss catanese, l’indagato recupera le pagine del giornale dove si parla dell’attentato. E parte per Catania. Una volta arrivato, orgoglioso mostra gli articoli dicendo: “Tutte cose gli ho bruciato…”.  “La vicenda dell’incendio dei mezzi della Dusty emerge anche nell’inchiesta Gorgoni della Dia di Catania, dove l’imprenditore Vincenzo Guglielmino discutendo con alcuni fedelissimi proprio di Massimilano Salvo evidenziava l’esigenza di danneggiare i mezzi della ditta catanese per poter chiudere affari con Misterbianco. Ma c’era la necessità di farlo fuori città, anche per non attirare l’attenzione. L’azione però per poter essere concretizzata avrebbe avuto bisogno del sì di Massimo ‘u carruzzeri. “Se lui dice va bene… gli diamo fuoco ai mezzi…i camion sono della Dusty!”.

Tra i Cappello e i Giuliano pare sia stato siglato un patto di sangue. Un patto che serve ad accrescere la forza d’intimidazione del cartello mafioso. “Quando gli ho detto è la stessa famiglia nostra… è sbiancato…”, dice un altro indagato. Anche lui inconsapevole che la Squadra Mobile siracusana stava registrando tutto.

 


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