Chiara e le vite spezzate | Si poteva evitare il dolore?

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Chiara Bono
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Troppi incidenti. Troppi morti. Troppe lacrime. Perché?

Sfumano, in questo vento di foglie autunnali, i colori delle voci che non saranno ascoltate mai più. Azzurra di felicità doveva essere la voce con cui Chiara avrebbe detto ‘Ti amo’ a suo marito, se fosse riuscita a tornare a casa. Verde di speranza poteva essere la voce di Simonetta che invitava i suoi amici all’abbraccio, prima di spegnersi dopo una gita in moto. Rosse paonazze di adolescenza e tramonti erano le voci di Angelo, Giosuè e Giacomo.

La cronaca nera, nelle didascalie del taccuino, è una sottrazione di voci e di colori spariti in fondo a una strada. Dentro c’è di tutto. C’è la madre che raccontava di suo figlio, di quando era bambino, dei giocattoli che teneva sotto il letto, della sua stanzetta con i poster dei calciatori. Ci sono il padre e la figlia che suonavano la chitarra insieme. Lei gli insegnava le canzoni di Baglioni. Lui cercava di metterla sulla rotta di Bob Dylan e dei cantautori di protesta.

C’è un motorino che era diventato un monumento di firme, ali di cartapesta, ex voto e foto di ragazze, per ricordare un sedicenne che amava pettinarsi come Elvis Presley. C’è la vigilessa in lacrime di via Tolomea, a Mondello. Piangeva davanti al muro che aveva distrutto uno scooter e colui che lo guidava: “Mio Dio, è soltanto un bambino…”. C’è il nonno che parlava di suo nipote al presente, anche se lui non c’era più.

C’è un riflesso di Luca, il profumo dei suoi diciotto anni, nella sua stanza, con i guaiti del cane Aika che non si è mai rassegnato. Ci sono amori di agosto, baci sul bagnasciuga di Isola delle Femmine, inghiottiti dalla risacca. C’è una professoressa che ha scritto l’ultima lettera a un suo alunno: “Il nostro valore risiede nelle emozioni e nell’amore che siamo riusciti a suscitare”. E c’è l’eterno sospetto: tutto questo dolore, con più attenzione, forse, sarebbe stato scansato.

Le cronache degli incidenti mortali sono storie di suole consumate e frasi smozzicate. Una visita alla camera mortuaria per strappare un sospiro ai parenti del giovane defunto ed evitare così la reprimenda del caporedattore. Una foto – ieri, rubacchiata – adesso, presa da Facebook che offre la vetrina di vite col sorriso sulle labbra, quando ancora non sapevano che sarebbero già scoccati gli ultimi giorni. Il resoconto dei funerali in cui si celebrano “gli angeli dolcissimi”, talvolta con un volo di palloncini bianchi, perché è un sollievo pensare alle ali e al Paradiso in tanta affrettata mutilazione.

E poi quel senso di sgomento che affiora, una volta che hai finito di scrivere l’articolo e lo hai messo in pagina, con un’immagine eloquente che reca più di tutto la notizia del disastro. Torni a casa. Abbracci chi puoi abbracciare. Ceni. Accendi la tv. E ci ripensi. Pensi alla felicità di Chiara, alla speranza di Simonetta, ai tramonti delle voci che non saranno più ascoltate. Pensi che, magari, un colpo di freno, un’accelerazione incauta, una distrazione…. E ti viene addosso una terribile domanda: si poteva evitare tanta rovina?

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