Il favore al boss Nardo: bugie e verità di una strage

Il favore al boss Nardo: bugie e verità di una strage

La requisitoria del processo Thor: i due killer hanno confessato il triplice omicidio del 1991 al Golden Bar di Lentini.

CATANIA – Una strage. Non ci sono altri modi di definire quanto è accaduto il 10 aprile 1991 al bar Golden di via Mazzini a Lentini. Tre morti. Tre morti ammazzati da un commando armato. Cirino Catalano, Salvatore Motta e Salvatore Sambasile. Fucilate e pistolettate. Una zona di guerra. Un caffè al bar è diventato il cimitero di due innocenti. Perché il bersaglio dei sicari, fuggiti su un’Alfa 33, sarebbe dovuto essere Sambasile. Anche se due imputati raccontano che solo una è stata la vittima che non c’entrava nulla.

Nella requisitoria del processo Thor, il pm Rocco Liguori ancora una volta cita i racconti di Francesco Squillaci ‘martiddina. L’incarico ai “ragazzi” di Piano Tavola lo avrebbe dato il padre Giuseppe, che avrebbe acconsentito alla richiesta del boss di Lentini Sebastiano Nardo. In un primo momento anche il pentito avrebbe dovuto partecipare all’agguato ma poi un problema familiare lo avrebbe trattenuto. “In quei giorni la sorella del collaboratore ha fatto la classica fuitina con fidanzato, che tra l’altro era il fratello di Carmelo Venia, e Giuseppe Squillaci – ha spiegato il pm al gup – ha ordinato al figlio e a Carmelo Venia di andare a cercare i due per uccidere il fidanzato della ragazza che si è permesso di fare la fuitina con la figlia di Squillaci”. 

A Lentini, quindi, sono andati Nunzio Cocuzza e Francesco Maccarrone. I due hanno raccontato che “nell’attento è rimasta coinvolta una persona innocente”. All’agguato ha partecipato anche “il lentinese Adelfo Ruggeri che è sceso dalla macchina e ha sparato con un fucile ad una delle vittime già colpita da Cocuzza”. 

Della strage di Lentini hanno parlato diversi collaboratori, anche Ferdinando Maccarrone, fratello dell’imputato che ha confermato “lo scambio di favori con i Nardo”. Un ex affiliato dei Nardo, Vincenzo Piazza – oggi collaboratore – ha raccontato quello che gli avrebbe riferito Alfio Sambasile (non parente della vittima), che era presente (come racconta Francesco Squillaci) ma ha solo osservato e non partecipato. Natale Di Raimondo, l’ex boss di Monte Po, ha spiegato ai magistrati che del triplice omicidio gliene ha parlato direttamente Giuseppe Squillaci, che come ha narrato suo figlio sarebbe stato lì quel giorno in un’automobile insieme al mandante Sebastiano Nardo, che sta affrontando il processo ordinario davanti alla Corte d’Assise di Siracusa. 

Ma sulla strage di Lentini c’è stata una sentenza, ormai definitiva. Roberto Sipala è stato condannato a 20 anni di reclusione. Al Riesame i difensori di Maccarrone hanno depositato quel verdetto che “non era noto al pubblico ministero e quindi – ha ammesso Liguori . mi ha messo un po’ in difficoltà”. Ma nonostante questo il Tribunale della Libertà ha confermato l’ordinanza di custodia cautelare nei confronti degli indagati. Oggi imputati. Il pm, inoltre, ha scoperto che Sipala non è mai stato collaboratore di giustizia, anzi dal casellario giudiziario risultavano due sentenze di condanna per calunnia e autocalunnia. Ma vista l’inattendibilità del soggetto come si è arrivata alla sentenza? Sipala in appello ritratta tutto, ma i giudici a quel punto non gli hanno creduto ed hanno confermato la sentenza di primo grado ritenendo che le sue dichiarazioni fossero sufficientemente riscontrate. Ma in realtà le dichiarazioni del condannato avevano già delle incongruenze. Sipala è stato sentito nel procedimento. 

“Ha ribadito – ha argomentato il pm durante la requisitoria –  di non aver mai commesso degli omicidi e non ricordava i particolari che ha riferito sul triplice omicidio, né ha voluto approfondire ulteriormente il perché di quelle dichiarazioni autoaccusatorie e il perché della ritrattazione. Di quel triplice omicidio, in sostanza, non ricordava più nulla”. 

Ma a chiudere definitivamente il cerchio sono state le confessioni di Francesco Maccarrone e Nunzio Cocuzza. “La sentenza di condanna del Sipala” è stata un “errore giudiziario” indotto dalle dichiarazioni autoaccusatorie dell’imputato”. 

Quindi Maccarrone e Cocuzza hanno “ammesso le proprie responsabilità per questo triplice omicidio ed entrambi non sono riusciti a spiegarsi il perché Sipala si sia accusato di questo triplice omicidio”. Anche il pm nella sua requisitoria si chiede come il Sipala abbia ricevuto quelle informazioni, se da notizie giornalistiche o confidenze mafiose. Ma interrogato non ha voluto approfondire questo aspetto. 

Cosa hanno raccontato i due killer al pm? Maccarrone, va chiarito, non ha alcuna intenzione di diventare collaboratore ma che comune ha fatto una decisa censura col suo passato criminale. Liguori ha sintetizzato le dichiarazioni degli imputati: “Le persone da uccidere – ha detto Maccarrone, che è uno dei killer – erano due e ha detto che appartenevano ad un clan avverso a quello del Nardo, il terzo si è trovato al posto sbagliato al momento sbagliato”. Le vittime sarebbe stato indciate dai lentinesi: “una delle vittime stava leggendo il giornale nel bar e l’altra era davanti all’ingresso del bar”. Maccarrone “è entrato nel bar e ha sparato al soggetto che leggeva il giornale uccidendolo all’istante, Cocuzza ha sparato all’altra vittima davanti alla porta, purtroppo un terzo soggetto si è spaventato per i colpi che ha sentito e ha avuto una forma di reazione nei confronti di Maccarrone che d’istinto gli ha sparato al petto, nonostante questo è riuscito a scappare e Cocuzza gli ha sparato ancora. Poi sono saliti in macchina, ma uno dei lentinesi a bordo di altra macchina è sceso ed aveva sparato con un fucile calibro 12 all’uomo colpito da Cocuzza all’ingresso”.

La versione di Maccarrone è più o meno quella che Cocuzza ha messo nero su bianco su una memoria. L’altro imputato Giuseppe Squillaci, da boss di lungo corso, è rimasto in silenzio. 


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