"Il giorno di dolore che uno ha" | Daniele e la verità che non c'è

“Il giorno di dolore che uno ha” | Daniele e la verità che non c’è

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Due anni senza Daniele Discrede. E senza risposte.

PALERMO- Le immagini si alternano, sputate da un proiettore, sulla parete del luogo in cui un uomo fu assassinato, in via Roccazzo.

Intorno, il coro dell’affetto e dell’amore. C’è Vito, il fratello, che legge, con le mani che gli tremano. C’è la figlia che vide morire suo padre; per un po’ sorride, in omaggio alla sua età bambina, poi non resiste. Scoppia a piangere. C’è l’altra figlia, cresciuta col fardello della separazione. C’è Fabio, con Dario, gli incrollabili amici. Ci sono Mary e Rosy, le sorelle che non si piegano, con i mariti. C’è papà Gaspare; mamma Angela, invece, non c’è. Lei non è mai venuta quaggiù: qui dove, due anni fa, una ferocia tuttora ignota ha spento lo sguardo di suo figlio, Daniele Discrede.

Sì, Daniele, il commerciante preso a pistolettate mentre tornava a casa e spirato sopra un’ambulanza. Nulla si sa circa gli esecutori del delitto, maturato, probabilmente, nel corso di una rapina. Le indagini non hanno trovato un approdo certo. La città si è girata, insonnolita, dall’altra parte, solo un popolo valoroso e diligente, ieri, ha voluto ricordare gli eventi. La politica ha rimosso e nulla saprebbe dire a riguardo di una ferita mai richiusa.

Non tutta la politica di primo piano, in verità. Il sindaco Leoluca Orlando ha inviato una lettera affettuosissima: quanto prima si incontrerà con i familiari, perché un comandante in capo non lascia nessuno dei suoi indietro. Le inquadrature del video si susseguono, in un amarcord che cerca di inanellare le gemme di una gioia trascorsa.

Daniele bambino col marchio leggero di un sorriso che mai lo abbandonava. Daniele che amava Vasco e Liga, dividendosi tra la vita spericolata e il giorno di dolore che uno ha. Daniele che amava l’amore, fino a moltiplicarlo, perché non gli bastava mai. Daniele che litigò con un compagnetto di prima comunione all’altare, proprio a cazzotti. “E – racconta Vito – il prete, papà e mamma si diedero il cambio per prenderlo a schiaffi”. Daniele che era tutto mancino, quando giocava a pallone e collezionava volti sbigottiti di portieri battuti sempre sullo stesso palo. Daniele che è morto, sfilandosi l’orologio, chiedendo, con un filo di voce, notizie della sua bambina che adesso è un concentrato di lacrime, aggrappata al nonno.

Ecco Vito – cerimoniere della difficile tenerezza – che si prende la responsabilità di spiegare il lutto ai convenuti, leggendo da quel foglietto che gli guizza tra le dita in fibrillazione. Era così perfino a scuola, Vito: si prendeva la responsabilità, portando il peso di molte cose sulle sue spalle da mediano. Sua moglie e suo figlio lo ascoltano in silenzio; lui spiega come si può perdere un fratello per morte violenta e riuscire a non annegare nell’oscurità della mutilazione. Come si fa ad andare avanti quando Palermo dimentica il sangue che le scorre addosso, perché pensa che non le appartenga più, al termine del cordoglio prescritto?

Vito prova a rispondere alla domanda che nessuno ha pronunciato, ma punge con la cattiveria di un chiodo: già, come si fa? La notte va avanti per conto suo, nel buio indifferente di troppi. La speranza è una luce accesa dalle fiaccole di una partecipata processione. E’ il giorno di dolore che uno ha, mentre Daniele, sul muro, sorride.

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