MESSINA – La difesa dell’on. Francantonio Genovese è contenuta in una memoria difensiva di 53 pagine depositata alla segreteria della Giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera dei Deputati. A carico del parlamentare messinese è stata emessa una richiesta d’arresto, nell’ambito della seconda trance dell’inchiesta sulla Formazione. La Giunta, la prossima settimana, ha calendarizzato un incontro per mercoledì, durante il quale proseguirà l’esame dei corposi carteggi (circa 10 faldoni). I componenti dell’organismo parlamentare dovranno pronunciarsi sulla richiesta di autorizzazione a procedere entro due o al massimo tre settimane. Poi la decisione finale spetterà alla Camera dei deputati.
Fumus persecutionis
Genovese ha preparato la linea difensiva puntando sul cosiddetto “fumus persecutionis” (indizio di persecuzione), escludendo al tempo stesso l’esistenza di un complotto ordito dalla magistratura.
“(…) Intendo da subito chiarire che tale presupposto non ha nulla a che vedere con la esistenza di complotti orditi dalla magistratura nei miei confronti, nei confronti di una parte o anche di una sola corrente politica ma, come è già avvenuto in passato in occasione di analoghe richieste, si sostanzia nella sussistenza di un’iniziativa giudiziaria (quella del PM procedente) che assume tratti di una vera a propria “persecuzione”, poiché finisce con il riservare al parlamentare un trattamento diseguale, rispetto alla generalità dei casi”.
Le intercettazioni… casuali
C’è un passaggio importante che riguarda proprio le intercettazioni – definite casuali dalla Procura di Messina – riguardanti per l’appunto il parlamentare Francantonio Genovese. Il deputato del Pd cerca di dimostrare il “fumus persecutionis”.
“Proprio attraverso la sistematica e diretta intercettazione delle utenze in uso ai miei familiari e collaboratori, gli inquirenti hanno surrettiziamente captato in modo indiretto le mie comunicazioni, eludendo così le garanzie di cui agli artt. 68 Cost. e 4 L. 140 del 2003. E ciò nonostante il divieto puntualmente stabilito dalla Corte Costituzionale: – “a norma costituzionale vieta di sottoporre ad intercettazione, senza autorizzazione, non le utenze del parlamentare, ma le sue comunicazioni: quello che conta – ai fini dell’operatività del regime dell’autorizzazione preventiva stabilito dall’art. 68, terzo comma, Cost. – non è la titolarità o la disponibilità dell’utenza captata, ma la direzione dell’atto di indagine. Se quest’ultimo è volto, in concreto, ad accedere alla sfera delle comunicazioni del parlamentare l’intercettazione non autorizzata è illegittima, a prescindere dal fatto che il procedimento riguardi terzi o che le utenze sottoposte a controllo appartengano a terzi» (Sent. n. 390/2007; nello stesso senso Sent. nn. 113 e 114 del 2010)
Ovviamente, Genovese respinge punto per punto – anche attraverso le perizie – le accuse mosse dalla magistratura ed evidenzia come sia finito sotto processo il «fenomeno» della Formazione.
“Non è di secondario rilievo evidenziare che, dalla lettura dell’ordinanza cautelare emerge, già nella premessa (vedi pagg. 19 e seguenti), la “ostilità concettuale” manifestata dal Giudice nei confronti di un “fenomeno”, qual è quello della formazione professionale, costituzionalmente presidiato e che, come tale, rientra tra le specifiche attribuzioni delle Regioni. Ciò che da subito preme evidenziare è che, né nell’ambito delle contestazioni che in via provvisoria mi vengono mosse, né invero nel corpo dell’intera indagine, è stato mai ritenuto che i corsi di formazione oggetto di attenzione, fossero dei corsi “fantasma”, per nulla tenuti ovvero tenuti, con modalità tali da frustrare le finalità formative che li caratterizzano. E’ rimasta, inoltre, sullo sfondo, quale mera ipotesi di lavoro per nulla dimostrata, l’idea di una complicità da parte degli organismi preposti al controllo delle attività degli enti formazione. Non a caso, nessuna contestazione ha potuto riguardare ispettori e/o altri livelli dell’amministrazione regionale, preposti ai controlli (…)”.
L’incompatibilità del Gip
Infine c’è un passaggio rilevante che riguarda, Giovanni De Marco, il Giudice per le indagini preliminari che ha firmato la richiesta d’arresto per l’on. Francantonio Genovese. Lo stesso giudice lo scorso 23 gennaio aveva presentato spontaneamente richiesta di astensione dal procedimento a carico del parlamentare messinese. Richiesta non accolta dal presidente del Tribunale di Messina. Ecco, il passaggio chiave della memoria difensiva del parlamentare.
“(…) non posso fare a meno di interrogarmi sui sentimenti di effettivo “disinteresse” nutriti dal Giudice della misura nei confronti miei personali e dei fatti che andava a valutare. Nei mesi scorsi, la stampa locale ha pubblicato notizie che avrebbero richiesto, forse, ben altra attenzione. Mi riferisco a due articoli di stampa, pubblicati sul settimanale “Centonove”, rispettivamente, in data 01 (All. 27) e 15.11.2013 (All. 28), nei quali si segnala il rapporto di parentela del Gip con tale Piero David, all’epoca dei fatti capo della segreteria tecnica dell’Assessore Regionale alla Formazione, Mario Centorrino. Costui, quindi, avrebbe fatto parte di quello staff amministrativo che, secondo la valutazione giudiziale, tanti guasti avrebbe prodotto in materia di formazione professionale in Sicilia, restando, pur tuttavia, assolutamente escluso da ogni sospetto di connivenza e/o copertura istituzionale. Il secondo dei richiamati articoli di stampa rimanda a presunte irregolarità nelle assunzioni, per chiamata diretta, all’ATO di Messina, oggetto di specifica indagine, questa volta della moglie dello stesso Giudice. Mi chiedo, oggi, se abbia davvero potuto mantenere l’indispensabile ruolo di terzietà un Giudice costretto a confrontarsi con i propri rapporti familiari e/o parentali, nei diversi momenti della odierna indagine. Ha pesato sulla decisione giudiziale nei confronti di La Macchia Salvatore, persona ritenuta politicamente a me vicina ed inserita nell’entourage dell’Assessore Centorrino, la circostanza che ad assumerne la moglie all’ATO sia stato proprio tale indagato? E se sì, in che termini? Resta comunque il dubbio di una mancanza di terzietà piena e, quindi, di un possibile condizionamento, ancorché non voluto”.

