La terribile storia di Piera: "Donne, attente a chi vi sta vicino"

La terribile storia di Piera: “Attente a chi vi sta vicino”

La tragedia di Piera Napoli. Come evitarne altre
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PALERMO– Forse Edoardo Bennato, ma non da solo, aveva già capito tutto, quando cantava ‘La fata’, raccontando la drammatica protagonista di troppe storie: la donna che va bene solo se funzionale a una prigione. Di conseguenza, ogni volo verso la libertà viene vissuto come un’imperdonabile eresia: “E forse è per vendetta, e forse è per paura, o solo per pazzia, ma da sempre tu sei quella che paga di più”. Riascolti la canzone, ne leggi il testo e ripensi, con la profondità di un dolore che non trova requie, alla strage delle donne assassinate da un compagno di viaggio. Sono sempre ‘maschi’ quelli che uccidono, riparandosi con viltà dietro la gelosia, come se fosse un alibi per l’orrore: “Mi stava tradendo, mi stava lasciando…”. L’ultima vittima si chiamava Piera Napoli e aveva trentadue anni. Suo marito, Salvatore Baglione, ha confessato di avere inferto le coltellate mortali.

Non ti aspetti il male

“C’è, ogni volta, un denominatore comune, non è soltanto una violenza di genere – dice Ignazia Bartholini, sociologa dell’Università di Palermo -. Le donne non sono vittime di estranei, ma di partner o ex partner. Cioè di qualcuno da cui non ti aspetti il male”. E’ uno sguardo attento dentro un crepaccio quello della professoressa. E provoca la lucida sofferenza della consapevolezza.

Il senso diverso del ‘capitale’

“Bisogna capire come, diversamente, si affrontano certe situazioni – spiega la professoressa Bartholini -. Una donna che lascia qualcuno, conserva un impianto di fiducia e di tenerezza per l’ex compagno, trattando i sentimenti che si sono scambiati come un capitale messo da parte, qualcosa di importante che permette, al tempo stesso, di ripartire e di non perdere la bellezza che è stata vissuta. Ecco perché è portata a pensare che chi le stava accanto non sarà mai capace di farle del male. L’uomo che viene lasciato può reagire, se non è maturo, in modo diverso. Avverte il vuoto. Dice a se stesso: non ho più lei, identificando la separazione, in senso assoluto, con la fine della propria vita. Allora si passa alle minacce e poi al loro compimento. Eppure, anche davanti ai primi e chiarissimi segnali della deriva, una donna, talvolta, scegliere di rimanere, di non denunciare, per compassione e perché si fida. E sbaglia”.

Ai primi segnali si deve reagire

“Un uomo protagonista di una subcultura maschilista e patriarcale percepisce l’abbandono alla stregua di un lutto, di un’assenza da cui non si riprenderà – insiste la professoressa -. Così può decidere di rientrare tragicamente in gioco, determinando lui l’assenza, cancellando l’altra e praticando la violenza. Parliamo, a questo punto, di una violenza di prossimità. Non sono più casi sporadici, è ciò che accade. Come dovrebbero reagire le donne? Fermandosi, appunto, ai primi segnali, non perseverando. L’amore funziona se è convergente, ovvero se, in una coppia, entrambi coltivano lo stesso progetto. L’amore va bene se è democratico, non se si fonda sul ricatto del possesso, ma sul valore che noi diamo al nostro capitale, sapendo che la vita stessa potrebbe decidere che è necessario affrontare una nuova esperienza”. Nelle parole della professoressa Bartholini c’è la raffigurazione di ciò che dovrebbe essere e sovente non è, fino alle estremità della cronaca. Cantava Bennato: “Si dice amore, però no: chiamarlo amore non si può”.


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