La bambina, Mattarella, le lacrime: Palermo dice addio a Letizia

La bambina, Mattarella, le lacrime: Palermo dice addio a Letizia

La morte della grande fotografa, il saluto della città e le magie della memoria.
LA MORTE DELLA GRANDE FOTOGRAFA
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Nella sera in bianco e nero di Palermo, c’è un puntino luminoso. C’è una bambina con un pallone, in effigie, e benedice colei che salvò la sua infanzia per sempre, con uno scatto. Colei che, adesso, dopo una vita di guerre viste e raccontate, riposa nel grande album della memoria amorevole. Palermo dice addio a Letizia Battaglia, da cui fu immortalata, nel suo sangue rappreso, nella sua disperazione, nei suoi corpi straziati dal piombo della mafia e nella sua speranza. Ma adesso, nei rullini virtuali di una camera ardente che turbinano ovunque e che si trasformano, di foto in foto, in un rompicapo della verità e della bellezza, tutto somiglia alla pace dichiarata al termine di un lungo conflitto.

Ovunque fiorisce la memoria delle immagini di Letizia che era viva e non morirà mai. Cose di persone ritratte che cambiarono il mondo, mettendo davanti agli occhi di una città l’odore della sua stessa putrefazione. Prima si vedeva e dopo lo percepivi a filo di naso. Da quel momento in poi, non fu più possibile dichiararsi innocenti e fu necessaria la rivolta. Senza togliere niente alla profondità di ogni frammento, ce n’è soprattutto uno che rimane agganciato al nostro essere palermitani e siciliani, al nostro cuore contemporaneo. E’ Piersanti Mattarella morente, retto da suo fratello Sergio, futuro Presidente della Repubblica, ma lontanissimo da quell’epilogo che, come un’entelechia, cominciava a svilupparsi.

Capita che la Storia, in questo caso sotto forma di tragedia, ti passi accanto. E tu devi essere pronto a imprigionarla in uno sguardo collettivo, ma solo se lo sai fare. Letizia Battaglia raccontava: “E’una foto drammatica come ogni tanto capita di scattare per caso, per un intuito. Dentro c’è tutto: la moglie, la figlia, il fratello fuori dall’auto, e Sergio Mattarella chinato su Piersanti. Fui la prima ad arrivare in via della Libertà, a Palermo, dove avevano ucciso Piersanti Mattarella. Io e il mio compagno, il fotografo Franco Zecchin avevamo fatto una passeggiata e vedemmo un’automobile quasi appoggiata a un cancello. Sergio Mattarella teneva abbracciato il corpo del fratello, lo stava tirando fuori”.

Anche qui c’è tutto, nella sera in bianco e nero di Palermo. Ci sono le voci e i suoni e attraversano le emozioni e si poggiano su qualche album interiore, impossibile da smarrire. C’è Leoluca Orlando, affranto come in poche altre occasioni. C’è il violoncello di Giovanni Sollima, con il suo struggimento. Ci sono le parole delle figlie. Racconta Shobha, anche lei fotografa di bellezza e verità, di avere scattato le foto alla sua mamma, già nel sentiero degli ultimi passi, obbedendo a un preciso desiderio. Una richiesta coerente per chi voleva essere una fotografia con le altre, per chi sapeva che essere fotografati rappresenta comunque un passaporto sicuro per l’eternità.

Essere fotografati, mentre vivi, mentre muori, mentre alzi un calice, mentre baci, mentre scorri nell’attimo che rimane. Essere un morto ammazzato di mafia, o una bambina con il suo pallone. Essere un fratello che regge tra le braccia un fratello. Essere colei che eri, ora che i tuoi rullini tornano a salutarti e a prendere possesso del nero e del bianco con un arcobaleno di sfumature. Nell’istante perenne dell’addio.


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