Il tesoro della droga di Messina Denaro: "Vivevano nel lusso"

“Gli indagati vivevano nel lusso. Italia modello investigativo sulla mafia”

Messina Denaro
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Il maxi sequestro da 200 milioni
PALERMO
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PALERMO – “Riteniamo di aver individuato parte importante degli investimenti fatti dalla mafia anche all’estero e questo anche grazie alla cooperazione di uffici giudiziari di altri Paesi”, ha detto il procuratore di Palermo Maurizio de Lucia illustrando l’inchiesta che ha portato al sequestro di 200 milioni frutto degli investimenti del denaro incassato col traffico della droga dagli anni ’80. Subito un ringraziamento ai finanziari e in particolare al comandante del Comando provinciale di Palermo, Domenico Napolitano.

Il procuratore de Lucia

“Mi preme sottolineare la particolare abilità finanziaria dei soggetti coinvolti nell’indagine capaci di spostare capitali con enorme velocità da un Paese all’altro”, ha sottolineato il procuratore aggiunto di Palermo, Vito di Giorgio.

Il colonnello Pappalardo

“Abbiamo sequestrato società in Spagna, in Inghilterra e alle isole Cayman, oltre 20 immobili e alcuni resort”, ha spiegato Carlo Pappalardo, comandante del nucleo di polizia economico e finanziaria della guardia di finanza di Palermo.

“Il tenore di vita dei nostri indagati era molto alto. Vivevano nel lusso. Nel corso delle attività investigativa, abbiamo intercettato anche quantitativi importanti di lingotti d’oro – ha aggiunto Pappalardo -. È stata una indagine complessa perché i capitali finanziari hanno un elevato tasso di volatilità e vengono facilmente spostati da una giurisdizione all’altra perché se ne perda traccia”.
I finanzieri hanno sequestrato ai tre arrestati anche orologi e gioielli per centinaia di migliaia di euro.

Il procuratore nazionale Melillo

“Il contrasto al crimine organizzato subisce un danno dall’instabilità del tessuto normativo che genera problemi di coerenza nei programmi investigativi. Ritengo insufficiente, ad esempio, la disciplina sulla circolazione delle intercettazioni perché oggi le informazioni investigative possono circolare per i procedimenti come le ricettazioni ma non, ad esempio, nei casi del riciclaggio mafioso. Si deve stabilire un punto di equilibrio, ma a mio avviso deve essere ragionevole”, ha detto il capo della Dna Giovanni Melillo.

“C’è, inoltre, un rilevante problema di uso criminoso delle nuove tecnologie rispetto al quale le indagini fanno fatica nonostante gli sforzi degli investigatori – ha concluso-. Servono anche qui quadri legislativi stabili che contemperino i diritti fondamentali degli individui e il contrasto dei fenomeni criminali. Il modello di antimafia italiano viene preso come esempio a livello europeo. L’Europa si sta attivando a livello legislativo nel contrasto alle mafie. Ma in un mondo in cui il diritto internazionale è debole, anche la cooperazione è difficile”.


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