Mafia, summit di "tutta la Sicilia"| "Gli sbirri, l'opera, andiamo" - Live Sicilia

Mafia, summit di “tutta la Sicilia”| “Gli sbirri, l’opera, andiamo”

L'incontro al bar "Pigno d'oro"

Braccati dalle forze dell'ordine. Così saltò l'incontro al bar

PALERMO - L'INCHIESTA
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PALERMO – “C’era tutta la Sicilia”, diceva Filippo Di Pisa che aveva partecipato ad un “summit interprovinciale” di Cosa Nostra organizzato a Catania nel 2016. Così lo definiscono i carabinieri del Ros e del Nucleo investigativo di Palermo. L’informativa sull’incontro fa parte dell’inchiesta “Cupola 2.0” e serve a testimoniare la capacità dei boss palermitani di dialogare con quelli delle altre province. In particolare di Filippo Bisconti, boss di Belmonte Mezzagno e oggi collaboratore di giustizia. C’era anche lui nella nuova cupola della mafia convocata nel maggio del 2018. A Catania si discusse della messa a posto di alcune imprese che stavano facendo lavori in diverse parti della Sicilia.

Il pedinamento dei militari inizia a Misilmeri, in provincia di Palermo. La macchina con a bordo Di Pisa, considerato organico alla locale famiglia mafiosa, fa tappa allo svincolo Irosa lungo l’autostrada A19 Palermo-Catania. Ha un appuntamento con “il parrino”, e cioè con Antonio Giovanni Maranto (uomo forte a San Mauro Castelverde, arrestato nel maggio successivo all’incontro e condannato alcuni mesi fa). Devono andare a Catania per portare un pizzino: “… mi ero scordato quel biglietto, minchia ritornare di nuovo qua”, dice Maranto. Di Pisa gli chiede se devono dare un passaggio anche al “grosso”. No, non serve.

Ancora Maranto: “C’è un altro di Enna, di Nicosia, di Sciacca, quello di Cammarata, tutta la Sicilia c’è, forse non c’è il pecoraro e il meccanico”. Il “pecoraro” viene identificato nel messinese Santo Di Dio. Alle 9:00 Di Pisa e Maranto fanno una sosta nell’area di servizi Sacchitello. Ad attenderli c’è Bisconti, giunto in macchina con Giuseppe Benigno. Di Pisa scende dall’auto, vi risale pochi secondi dopo. Giusto il tempo di mettersi d’accordo con Bisconti: “… va bene loro tirano avanti, loro camminano piano”.

Alle 9:20 imboccano l’uscita Mulinello. Sotto il cavalcavia li attende Di Dio. La meta è il “Pigno d’oro” di via Gelso Bianco dove uno dopo l’altro sono arrivati Giovanni Pappalardo e Giuseppe Costa Cardone di Catania, Calogerino Giambrone di Cammarata, Domenico Maniscalco di Sciacca, Giuseppe Marotta di Pietraperzia, Gaetano Curatolo di Enna.

Bisconti sente puzza di bruciato. Capisce che qualcuno li sta spiando. Raggiunge Di Pisa e lo avverte. Meglio andare via. “C’è l’opera… dobbiamo prendere a Santino e ce ne dobbiamo andare… c’è l’opera…”, dice Maranto. Di Pisa: “Filippo (Bisconti ndr) penso che se n’è andato… quello è da mezz’ora che guarda qua picciotti”. Hanno capito di essere seguiti dalle forze dell’ordine.

Ancora Maranto: “Secondo me sarà puntato questo minchia di bar…”. I tre risalgono in macchina. Sono convinti che “gli sbirri” erano lì per qualcuno in particolare: “Parrì senti a me che le cose le indovino erano lì per il catanese senti a a me…”. E chi è il “catanese”?. Di Pisa dà un suggerimento a Maranto: “…. lo devi chiamare a lui e gli dici l’appuntamento in questi paesi rozzi, là non va bene parrì, senti a tuo figlioccio”. Basta, dunque, appuntamenti a rischio. Nel corso delle conversazioni intercettate salta fuori il nome di Francesco. Forse è lui il referente: Francesco Santapaola, figlio di Turi Coluccio e cugino di secondo grado del capomafia Nitto. Oggi Bisconti è un collaboratore di giustizia. Il capomafia di Belmonte conosce i segreti dei rapporti fra i boss delle province siciliane.

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