Mamà e Granmamà | Le estati di Fulco di Verdura - Live Sicilia

Mamà e Granmamà | Le estati di Fulco di Verdura

Continua la nostra rilettura delle opere degli scrittori siciliani. Oggi le memorie del duca.

INCHIOSTRO DI SICILIA
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Mamà era Carolina Valguarnera di Niscemi e già, dalla prima notte di nozze, comprese di non essere fatta per l’amore.

Così quando Fulco Santosfefano della Cerda, duca di Verdura e marchese di Murata la Cerda, legittimo erede, fece il suo debutto al mondo, con sollievo, poté vendere il letto nuziale su cui era stato concepito, ritenuto dalla nobildonna ‘il luogo del delitto’.

Con buone maniere prese definitivamente le distanze da qualsivoglia dovere o diletto coniugale e, insieme ai due figli, raggiunse la genitrice, la Granmamà Maria Favara, principessa di Niscemi.

Mamà è sicuramente un francesismo che, tuttavia, non appartiene a un vezzo nobiliare perché in Sicilia, abitualmente, la madre si appella con questo vezzeggiativo.

La parola custodisce non soltanto un rapporto di confidenza ma un’intrinseca profondità. Nasconde un lamento che richiama al dolore della Vergine: è nel suo vero senso un appello, una richiesta di conforto e di affidamento alla femminilità, tanto da essere utilizzata, in momenti di stupore o di difficoltà, anche come esclamazione.

Nella fecondità di questo nome il piccolo Fulco edifica la propria sensibilità, maturando la solenne grazia e l’adombrato lutto, entrambi radicati nel vasto territorio del matriarcato siciliano.

Le estati felici trovano dimora a Villa Niscemi il cui perimetro sembra anch’esso formato da carne femminile: è alcova, utero da cui è possibile uscire solo se espulsi da un atto definitivo e necessario.

Ad apertura del libro, il riferimento ad ‘Alice nel paese delle meraviglie’ Di Lewis Carrol, non lascia dubbi sul temperamento narrativo.

Fulco ci introduce nell’universo fantastico della sua infanzia, vissuta in una dimensione ‘tanto perfettamente felice da non pensare mai al futuro’.

Le memorie, scritte in inglese, furono pubblicate con il titolo ‘The happy summer days’ per i tipi dell’editore Waldenfel e Nicholson e riscritte in italiano l’anno successivo. Dapprima edite da Feltrinelli, nel 1994 la casa editrice Novecento ne cura la ristampa. Vengono, infine, pubblicate in Francia nel 1996, tradotte e prefate da Edmonde Charles-Roux, l’autrice di “Oublieur Palerme”.

Il duca di Verdura fu parente di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, a cui dedica un ritratto con poca benevolenza.

«Un altro lontano cugino, che però vedemmo molto di rado, era Giuseppe Tomasi (poi di Lampedusa) … Figlio unico di una madre intelligentissima e vivace, era tutto il contrario della madre: grasso e taciturno, dai sonnolenti grandi occhi orientali, non amava i giochi all’aria aperta ed era timido con gli animali. Nessuno avrebbe mai immaginato che in un lontano avvenire sarebbe diventato l’autore di un capolavoro, “Il Gattopardo”, nel quale i personaggi di Tancredi e Angelica sarebbero stati ispirati dai miei nonni materni».

E, ancora, in un’intervista rilasciata a Gaia Servadio lo ricorda quasi schernendolo: “Giuseppe era tutto Tasca di Cutò. Ciccio Lampedusa lo chiamava ‘becco di Siviglia’ e l’altro zio ‘piedi fitusi’.”

Questa considerazione, poco lusinghiera, non gli impedisce, tuttavia, di considerare l’opera un capolavoro e di offrire a Visconti una preziosa collaborazione durante le riprese del film.

Le memorie di Fulco, invece, non hanno alcuna ambizione strettamente letteraria: l’immaginifico emerge spontaneamente dalla gioia di quel personalissimo tempo senza storia riservato ai fanciulli.

In un solo passo appare la fatica del vivere: la speranza di ritrovare pace a Palermo nella cappella di famiglia, realizzata da Ernesto Basile nel cimitero di Santa Maria di Gesù, dove adesso, riposa.

‘La morte è di casa in Sicilia.’- scrive Fulco.

E, proprio nelle pagine in cui appare, la memoria acquista spessore narrativo.

Palermo viene descritta come ‘città dei cimiteri e dei camposanti per eccellenza’ in cui anche il luogo di sepoltura distingue il censo.

‘Sai il genere di persone che hanno la tomba ai Rotoli?’- nella famiglia del duca venivano indicati in tal modo gli appartenenti ad un ceto inferiore.

Fulco, tuttavia, pur conoscendo la voce festosa della morte nelle filastrocche siciliane (Chi ti purtaru i morti? Un pupu cu l’anchi torti!), lascia per sé l’attesa del Natale con la preparazione dell’albero nella stanza del telefono, come una nostalgia di una cosa mai provata.

Descrive la festa del due novembre come la più sentita dai veri siciliani ma, con maggior valore, racconta la morte mentre racconta la vita. Così nella descrizione di casa Verdura, la dimora paterna, lambita da continui rintocchi delle campane della Cattedrale su cui la poussière des siècle lascia il presentimento dell’agonia.

In una ‘capitale di provincia, come per dire capitale di operetta’, nell’olimpo di Villa Niscemi, ancorato alla Favorita, due dee di Sicilia, la mamà e la gramamà, governano l’incanto del piccolo Fulco. Accanto a loro cresce, come ninfa di robusta indole, la piccola Maria Felice, la sorella.

Come in tutte le corti vige un protocollo le cui trasgressioni danno la dovuta, allegra indipendenza ai giovani eredi.

Il paradiso non richiede immaginazione: gli spazi immensi del parco, la spiaggia di Mondello ancora incontaminata, le belle residenze della nobiltà siciliana aperte ai riti spensierati degli incontri.

Al maschile viene posto un gentile quanto fermo divieto di varcare la soglia del gineceo, concedendo l’ingresso al duca padre limitatamente ai pranzi domenicali.

Camus scrive che dell’azzurro e della morte l’uomo non sappia narrare ma, chi nasce nell’isola, ha il privilegio di assumere il metafisico nel proprio patrimonio linguistico come una sinfonia trionfante che nell’anima si assottiglia in parole.

Così, mentre negli anni cinquanta, nelle sue mani di straordinario maestro orafo fioriscono gemme barocche anche oltre oceano, nella maturità nasce il ricordo delle estati felici.

L’ultima finisce con l’estremo respiro della granmamà e il rimboccargli delle coperte da parte di mamà alle soglie del nuovo autunno.

Ci sarà tutto dopo. Il rigore del ginnasio, il trasferimento nel palazzo di città, i debiti lasciati dal padre e, infine, l’ultima straordinaria festa prima di un viaggio senza più ritorno, almeno di dimora, nella sua Palermo.

Marchiato dall’insopportabile luce di Sicilia, il duca di Verdura conquista il mondo diventando un’icona di stile del ventesimo secolo.

Con la sua morte, avvenuta a Londra nel 1978, si estingue la casata dei Santostefano della Cerda ma non un talento che sapeva ispirarsi a tutto, come egli stesso diceva.

Al dodicesimo piano al 745 di Fifth Avenue sedimenta ancora la sua anima: un museo accoglie i suoi gioielli più importanti come i bracciali consumati dai polsi di Cocò Chanel e tre cartelle con diecimila bozzetti che attendono nuove stagioni felici.

A noi rimangono le sensuali pagine di un artista che, con il moderato garbo dell’innocenza, suggerisce di non abdicare mai alla seduzione dell’infanzia.


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