Marida Nicolaci: "Donne e Chiesa, cambiare prospettiva" - Live Sicilia

Marida Nicolaci: “Donne e Chiesa, cambiare prospettiva”

La studiosa siciliana nominata dal Papa nella Pontifica commissione biblica.
L'INTERVISTA
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C’è anche una siciliana tra i nove nuovi membri della Pontificia Commissione Biblica nominati da Papa Francesco per il prossimo quinquennio. Si tratta di Maria Armida Nicolaci, docente di Sacra Scrittura alla Facoltà teologica di Sicilia di Palermo.

La notizia è arrivata allo scoccare del mezzogiorno del 25 gennaio, l’orario in cui viene pubblicato il Bollettino della Sala stampa della Santa Sede: l’austero bollettino vaticano nella sezione più consultata delle “rinunce e nomine” – quella per intenderci che riporta tutti i movimenti che contano nella Chiesa cattolica – ad un certo punto comunicando la scelta del Santo Padre di nominare nuovi membri della Pontifica Commissione Biblica dopo i nomi di reverendi padri e signori annuncia anche due illustrissime signore: la belga Benedicte Lemmelijn e appunto la siciliana Nicolaci.

La notizia delle nomine con la sottolineatura della presenza di due donne viene ripresa dalla Sir, l’agenzia di stampa dei vescovi italiani, ma poi sembra fermarsi a Roma: non c’è infatti traccia dell’indicazione da parte di Papa Francesco della biblista siciliana negli organi di informazione delle Chiese dell’Isola. Probabilmente, ancora una volta le scelte di Papa Francesco hanno un po’ sparigliato schemi ed equilibri che si credevano consolidati ma non c’è dubbio che il poco clamore della notizia non sarà assolutamente dispiaciuto alla professoressa Nicolaci che in tanti descrivono come assolutamente discreta e non in cerca di notorietà e posti al sole.

Maria Armida Nicolaci, più nota come Marida, a soli quarantotto anni varcherà il portone del Palazzo del Sant’Uffizio per sedere in una degli organismi più prestigiosi della Curia romana che è stato presieduto anche dal Pontefice emerito, l’allora cardinale Ratzinger, ma ha visto tra i membri anche il defunto cardinale Carlo Maria Martini o ancora il cardinale Gianfranco Ravasi i massimi studiosi di Sacra Scrittura. La biblista siciliana sarà tra l’altro annoverata tra le prime donne della commissione biblica dato che le prime tre – Nuria Calduch, Bruna Costacurta e Mary Healy – sono state nominate solo nel 2014.

La Commissione, secondo l’intenzione di Papa Paolo VI che ne curò la riforma, ha il compito di “promuovere rettamente gli studi biblici e offrire il suo valido contributo al Magistero della Chiesa”.

Il posto giusto insomma per la docente della Facoltà teologica di Sicilia che nel suo curriculm vanta una Licenza in Sacra Scrittura conseguita al Pontificio Istituto Biblico, un dottorato in Teologia biblica conseguito a Palermo e numerose pubblicazioni scientifiche che riguardano in particolare gli scritti giovannei, oltre che una stima incondizionata da parte di colleghi e allievi e di studiosi esterni al circuito delle facoltà pontifice  e più marcatamente ‘laici’ come Mauro Pesce.

C’è stato un tempo in cui a farmi le domande era lei nelle aule della Facoltà di Teologia, adesso che molta acqua è passata sotto i ponti e che i ponti sono quelli che portano Oltretevere il tempo è propizio per fare qualche domanda alla professoressa Marida Nicolaci.

Professoressa, intanto complimenti, per la nomina. L’agenzia stampa della Conferenza episcopale italiana riportando la notizia della nomina da parte del Papa dei membri della Pontifica commissione biblica ha sottolineato la presenza di due donne. Fa ancora scalpore o è un dettaglio ancora da sottolineare una donna tra le mura vaticane?

Risponderei invertendo e intrecciando le due domande: è un dettaglio che viene sottolineato dai media perché fa ancora scalpore; perché il conto aperto della Chiesa cattolica con le donne è ancora lontano dal saldo; perché culturalmente è incomprensibile come un’istituzione così imponente e storicamente importante possa essere ancora così indietro nella riconfigurazione gender-inclusive del proprio sistema; perché serve a marcare i passi istituzionali compiuti da Francesco nella direzione dell’attribuzione alle donne di ruoli di responsabilità. Serve, comunicativamente, per dire “eppur si move”….

Lei è siciliana, nelle Chiese di Sicilia a che punto siamo?

Se la domanda verte sempre sulla questione femminile e sull’attribuzione di ruoli di responsabilità, la risposta va differenziata: quanto a ruoli di ricerca e di docenza, per esempio, la Facoltà teologica di Sicilia sin dagli inizi si è distinta per la quantità e la qualità della presenza femminile. Se, poi, passiamo invece agli Uffici Regionali della Conferenza episcopale siciliana, già i numeri scendono (mi sembra che, sui 20 esistenti, solo l’Ufficio per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso abbia come direttore una donna). Se, infine, andiamo al tessuto delle singole diocesi e comunità, non posso fare un discorso generalizzato, mi mancano troppi dati. Direi che si vive il faticoso e complesso processo di trasformazione che coinvolge ovunque la chiesa cattolica e che, certamente, nelle diocesi italiane e del mezzogiorno in particolare sembra culturalmente più lento che nelle chiese, per esempio, del nord Europa. Qualche anno fa, quando mi trovai a Wuppertal per un convegno, mi capitò di partecipare alla liturgia domenicale in una parrocchia cattolica: era la messa delle 10.00, con i bambini del catechismo; dopo la proclamazione del vangelo il presbitero si andò a sedere e la catechista donna fece l’omelia in tutta normalità. Non racconto questo episodio come esemplare, ma come un fatto di esperienza: finora non mi è mai capitato in Sicilia.

La Pontificia commissione di cui fa adesso parte nella primavera del 1976 produsse un documento sul ruolo delle donne nella Scrittura. Vi lavorarono eminenti studiosi del calibro di Carlo Maria Martini, Joachim Gnilka, Ignace de la Potterie e Raymond Brown eppure il documento non fu mai ufficialmente pubblicato. Si sa anche che la Commissione in quell’occasione disse chiaramente che non ci sono motivi nella Sacra Scrittura avversi alla possibilità di ordinare donne prete e che il piano di Cristo non sarebbe violato con l’ordinazione delle donne. Pensa che si potrebbe ripartire da quel lavoro per una nuova riflessione?

Sì, parto dalle tre questioni che furono sottoposte a voto: tutti e 17 i membri presenti (su 20) concordarono unanimemente sul fatto che il Nuovo Testamento non afferma in modo chiaro se le donne possono diventare prete; la maggioranza (12 a 5) sostenne che i motivi scritturistici non sono sufficienti da soli a escludere la possibilità dell’ordinazione delle donne e che il piano di Cristo non sarebbe violato con la loro ordinazione. Ancor più che la risposta alle questioni dirette, però, merita di esser ripresa la premessa del documento: già nel ’76 si disse chiaramente che la domanda posta sul presbiterato, il ministero dell’eucaristia e la guida della comunità locale era «un modo di considerare le cose abbastanza estraneo alla Bibbia…secondo la prospettiva di una concezione tardiva del presbiterato legato all’eucaristia». Io ripartirei esattamente da questo: il ricorso alla Scrittura per fondare o contestare forme culturali e religiose generatesi in altri momenti e contesti del successivo divenire ecclesiale è metodologicamente scorretto! In merito, ad esempio, alla questione dell’ordinazione o meno delle donne (diaconale, presbiterale o episcopale), penso che occorrerebbe ribadire nel modo più deciso e cogente come questo sia un falso problema, derivato culturalmente da quello che è la vera materia del contendere, ovvero l’interpretazione sacrale e sacerdotale, addirittura essenzialista, delle funzioni ecclesiali dei ministri ordinati che ha portato storicamente alla spaccatura della Chiesa in duo genera christianorum, il clero e i laici. Ecco, se si riuscisse a mostrare quanto profondamente (e tragicamente) questa interpretazione del ministero, comprensibile sul piano storico-culturale, sia difforme e contraria non solo al lessico ma proprio alla ecclesiologia del Nuovo Testamento in qualunque delle sue espressioni letterarie, la maggior parte dei nodi che ancora tengono il cattolicesimo vincolato a un non licet sull’ordinazione delle donne sarebbe sciolta.

La sua è una vita dedicata alla Bibbia, quanto c’è effettivamente la Bibbia nel vissuto della Chiesa?

La mia vita è fatta di tante cose e “dedicata” su vari fronti, non solo lo studio. Quanta Bibbia c’è nel vissuto della Chiesa? Io mi chiedo: quale Bibbia c’è nel vissuto delle chiese? La liturgia cattolica, ad esempio, dopo il Concilio Vaticano II è piena di Bibbia se con questo intendiamo la ricca fruizione – pur se, non di rado, strumentale – di testi tratti dall’Uno e l’Altro Testamento. Si è fatto tanto parlare dell’animazione biblica di tutta la pastorale e tanta progettualità si è costruita, anche efficacemente, in tal senso. Ma i risultati sistemici dove sono? Non si può che tornare allo stesso punto cruciale: quello di una ricezione culturalmente sensata, aggiornata, dei testi e del loro messaggio. La ricezione, però, non è un processo solo intellettuale, speculativo, teologico, né solo individuale: è un fatto di pratiche di vita, di strutture istituzionali (giuridiche, economiche), di riti, di stili ecclesiali che ricordino in qualche modo il rapporto tra Gesù di Nazareth e il Regno di Dio, utopia di un mondo giusto che forse è l’unica cosa necessaria che non perderà mai la sua pregnanza antropologica e culturale. «Cercate il Regno di Dio e la sua giustizia….»


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