Nuovo cinema Pif, con il presepe | e le altre figurine dell'Antimafia

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Com'è 'La mafia uccide solo d'estate'? Basta chiedere al ragionier Ugo Fantozzi...

La provocazione
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2 min di lettura

Ti piace Pif? No, il presepe di Eduardo non tira più. Ora, c’è il presepio dell’antimafia cinetelevisiva, con le sue macchiette, con le sue storielle edificanti, con la sua morale della favola. Perché è vero che la mafia uccide solo d’estate, ma è anche verissimo che la vita è bella.

Perciò, la domanda che certifica l’ingresso nella schiera dei buoni, dei puri, degli onesti e dei belli, fatalmente, cambia e si adegua allo spirito del tempo: ti piace Pif? Gli sventurati risposero: sì. E se, per disgrazia, non ti piace, peggio per te. Subirai l’apartheid delle coscienze fresche di bucato che mettono la parabola e la didattica sopra tutto e che ogni prodotto ingoiano, senza turbamento d’esofago, purché sia didattico e ovviamente parabolico.

Diciamolo con ributtante franchezza – sfidando l’esclusione sociale, col coraggio di Fantozzi davanti alla celebre corazzata –: ‘La mafia uccide solo d’estate’ – nella sua versione cinematografica o televisiva, liberamente ispirata a… – è una fatiscente operetta moraleggiante: recitata male, diretta peggio, scritta con i piedi. Allora perché fa sfracelli di dati Auditel? Ieri, per esempio, la prima puntata della serie su Rai Uno ha raccolto numeri importanti: sei milioni incollati alla Tv, quasi il ventidue per cento.

Perché il meccanismo inclusivo del presepio funziona in virtù dell’apoteosi etica che sottintende, mai per lo spettacolo che offre, anche se il bue e l’asinello sono fuori posto, la cometa non brilla e il cielo di cartapesta è venuto giù. Pecore belanti e adoranti siamo, sulla via della legalitaria Betlemme. Chi potrà mai storcere la bocca, per estetica indignazione, davanti all’innocenza calcolata di un bambinello, più o meno cresciuto, mentre narra il mondo che è chiamato a redimere, sia esso il campo di concentramento di Roberto Benigni o la fumigante Sicilia di Pierfrancesco Diliberto, in arte, appunto, Pif?

Inevitabilmente, il coro preventivo e quello postumo hanno intonato il Te Deum. Incominciò Piero Grasso, apponendo la sua porporata benedizione antimafiosa: “Pif, con il suo bel film sulla mafia, mi ha invitato alla prima e così da allora ho ripreso ad andare al cinema. Dopo ben ventiquattro anni…”. Ha proseguito una critica ‘embedded’, consacrata alla causa, che ha espresso inusitate mirabilie.

E poi c’è il sicuro effetto ‘cartolina’. Se Benigni ha sedotto il pubblico, mostrando il lager immaginato da ognuno, Pif e i suoi accorti cococo sfruttano il luogo comune della sicilianità con la coppola, alla continentale. Apparecchiano la tavola per saziare l’appetito di banalità da Messina in su. Magari, al di qua dello Stretto, l’inganno si rivela tale e quale. Però, in sede di marketing, conta di più l’icona che si fa macchietta e diventa appetibile per la casalinga di Abbiategrasso per cui il Sud è racchiuso nel titolo di una canzone del compianto Faletti: ‘Minghia signore tenente…’.

Insomma, ti piace il film di Pif? E quanto ci piacerebbe, invece, – senza offesa per il bravo e simpatico ragazzo di ottimi sentimenti che Pierfrancesco è – se a rispondere, per una volta, fosse l’irriverente Fantozzi Rag. Ugo. In forma corazzata.

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