Mafia, droga, offese a Falcone e Borsellino: Palermo, 31 arresti

Mafia, droga, offese a Falcone e Borsellino: Palermo, 31 arresti

Colpito il mandamento di Ciaculli-Brancaccio. I boss speculano sull'acqua pubblica
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PALERMO – Le sirene di poliziotti e carabinieri svegliano una grossa fetta di palermitani. Sono 31 le persone arrestate, di cui 29 in carcere e 2 ai domiciliari. Il blitz, coordinato dalla Direzione distrettuale antimafia di Palermo, colpisce il mandamento di Brancaccio-Ciaculli. Nelle intercettazioni restano impresse anche le offese e l’odio che i boss provano nei confronti di Falcone e Borsellino. Leggi tutti i nomi delle persone arrestate.

Il volto noto

Uno degli uomini chiave del blitz è Antonio Lo Nigro, 43 anni. Volto noto il suo, come è nota la sua famiglia. Il cugino Cosimo, ergastolano, fu incaricato di procurare l’esplosivo per la strage di Capaci e fece parte del commando che uccise don Pino Puglisi.

C’è tutto il repertorio dei reati di Cosa Nostra: associazione di tipo mafioso, detenzione e produzione di stupefacenti, detenzione di armi, favoreggiamento personale ed estorsione con l’aggravante del metodo mafioso.

La squadra mobile di Palermo e il Servizio centrale operativo della Direzione centrale anticrimine della polizia stanno eseguendo l’ordinanza di custodia cautelare emessa dal giudice per le indagini preliminari non solo a Palermo, ma anche a Reggio Calabria, Alessandria e Genova.

Il pizzo: tutti lo pagano, nessuno denuncia

A Brancaccio, in corso dei Mille e nel rione Roccella vige la regola del pizzo. Sono cinquanta le estorsioni ricostruite in questi anni. Nessuna denuncia. Gli operatori economici negano l’evidenza e una quarantina di persone sono finite sotto inchiesta per favoreggiamento. C’è chi il pizzo lo paga perché conviene. I soldi servono a mantenere viva l’organizzazione fiaccata dagli arresti.

In certi quartieri di Palermo la vera livella è il pizzo imposto dai mafiosi. Lo pagano tutti. Da poche decine di euro nel caso dello sfincionaro a 2.500 euro pagati dal titolare dell’azienda dei trasporti o dall’operatore della grande distribuzione. Due rate a Pasqua e Natale.

Maurizio Di Fede, arrestato l’anno scorso, dettava le regole: “Cominciamo con i miei… così me li scrivo… quindi io ho questo, me li ha dati tutti per Natale, poi c’è quello delle bombole, poi c’è la polleria alla Sbannuta, l’assicurazione alla Roccella, poi… ti pare che è facile? Che me li ricorso tutti? Questo delle pedane prendilo questa volta… in palestra ci vai tu? Chi c’è poi, fammi pensare… da quello ci vado io…”.

Gli imprenditori edili, come nel caso di un costruttore, si muovono in anticipo e chiedono il permesso ai boss per avviare un cantiere (uno era accanto al commissariato di polizia) o aprire un negozio.

Ma i soldi veri si fanno con la droga. Di denaro ne serve parecchio per mantenere economicamente le famiglie dei detenuti. Nel libro paga dei clan ci sono tanti nomi, anche di ergastolani. La mafia gestisce sei piazze di spaccio allo Sperone, guadagnando 80 mila euro alla settimana. Gli stupefacenti – cocaina, hashish e marijuana – arrivano dalla Calabria.

Odio e offese per Falcone e Borsellino

Le intercettazioni hanno anche registrato le offese di Di Fede e l’odio provato nei confronti di Falcone e Borsellino. Si tratta di un episodio già noto e qui ricostruito: “Noi non ci immischiamo con Falcone e Borsellino”, diceva Di Fede alla mamma di una bambina di sette anni. Era inaccettabile per il boss della famiglia di Roccella che la bambina partecipasse con i compagni di classe a una manifestazione di commemorazione della strage di Capaci.

L’inchiesta, coordinata dal procuratore aggiunto Paolo Guido e dai sostituti Francesca Mazzocco e Bruno Brucoli ha svelato che un mafioso, dipendente di un ospedale cittadino, ha rubato venti cartoni di mascherine FP3 contenenti 16.000 mascherine anti Covid per poi rivenderle.

Gli eredi di Michele Greco, il ‘papa’

Il lavoro dei carabinieri si è concentrato sugli uomini che rispondevano alle direttive di Giuseppe Greco e Ignazio Ingrassia, già finiti in carcere con l’accusa di essere stati il capo e il braccio destro del mandamento di Ciaculli. Avevano ricevuto il bastone del comando dal giovane Leandro Greco, nipote di Michele, il “papa” di Cosa Nostra.

Anche nel loro caso si parla di pizzo, sotto forma di sensaleria e cioè la mediazione per la compravendita di terreni. Ed anche di coltivazione di piantagioni di cannabis-sativa, da cui viene ricavato lo stupefacente destinato alle piazze di spaccio del capoluogo.

La mafia ruba l’acqua

La novità è rappresentata dalla gestione delle acque irrigue. I mafiosi si erano abusivamente allacciati alla conduttura “San Leonardo” di proprietà del “Consorzio di Bonifica Palermo 2”. L’acqua veniva convogliata in delle vasche e distribuita ai contadini di Ciaculli-Croceverde Giardini e Villabate dove si coltivano soprattutto agrumi.

E poi c’è la gestione delle piattaforme di gioco per le scommesse on-line illegali. Si fanno soldi a palate e si rinvestono in alcune attività commerciali, alcune delle quali, per un valore di 350 mila euro, finiscono ora sotto sequestro. Il provvedimento del gip Lirio Conti riguarda un’impresa di prodotti ittici, due rivendite di caffè e tre agenzie di scommesse.

Dalle indagini è anche emersa la disponibilità di armi. Nell’ottobre 2020 nel maneggio di Emanuele Prestifilippo fu trovata una doppietta da caccia Beretta, calibro 12, nascosta nelle balle di fieno, ma si cercano ancora alcune pistole.


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