PALERMO – “Sono momenti particolari per noi. Mai successa una cosa del genere. Non abbiamo ricevuto richieste estorsive e non vogliamo sottostare a questi ricatti. Siamo qui per lavorare, siamo stanchi, lo Stato dovrebbe garantirci di più, non è tollerabile”, dice Giusy Troia che assieme ai familiari gestisce a Sferracavallo il bar “Sweet Life”, una delle tre attività nel mirino del racket.
I picciotti lasciano le bottiglie di benzina davanti alle saracinesche. È un messaggio inequivocabile: o si paga oppure scatta la ritorsione. Gli oggetti non parlano, però. Qualcuno fisicamente deve presentarsi per chiedere e riscuotere la tassa mafiosa. Non avrebbe senso metterle in atto, a meno che non siano gesti per creare tensione.

Gli episodi di ieri, giovedì 7 maggio, sono troppo recenti. Non c’è stato il tempo per la rivendicazione. Le prime bottiglie di benzina, però, sono state lasciate davanti alle saracinesche lo scorso novembre. Da allora chi si è fatto avanti? Qualcuno ha pagato e a chi?
Da novembre ad oggi cosa è accaduto? Ci sono certamente le eccezioni di chi si ribella mettendoci la faccia, ma confermano la regola che a Sferracavallo e dintorni in tanti in passato hanno pagato. Direttamente con i soldi o indirettamente con le forniture.
I messaggi sono plateali. A novembre furono recapitati al bar del Golfo, alla trattoria Temptation, ai ristoranti Grecale e Delfino, e davanti ad una rivendita di tabacchi. Si trovano tutti nella stessa strada a Sferracavallo. Allora a qualcuno cadde un biglietto con nomi e cifre da imporre.

In un blitz antimafia del 2023 emerse che Matteo Pandolfo e Rosario Gennaro si sarebbero passati il testimone per taglieggiare una decina di ristoratori di Sferracavallo e Mondello. “Noi d’inverno non abbiamo mai pagato – diceva una donna –, pagavamo d’estate fino a ottobre e poi ricominciavamo ad aprile”. Gennaro rispondeva secco: “Allora d’inverno non lo volete guardato qua? Questo è il problema?”. La donna cercò di mediare: “Ah… lascia stare, perché tu dici… non sia mai Dio”.
Pandoflo e Gennaro avrebbero imposto protezione, ma anche forniture di pesce e frutti di mare: “Vedi che per ora il guardiano sono io qua… mi ha mandato pure il messaggio che ci sei scritto pure tu… se a me Amedeo (Amedeo Romeo ndr) mi dice di andare…”, diceva Gennaro.
Storia vecchia quella delle forniture. I fratelli Serio, fedelissimi dei Lo Piccolo (Nunzio Serio ha retto il mandamento assieme al fratello Domenico ma anche lorio sono in carcere) avevano interessi nella “Frutti di Mare Cardillo”. A volte erano gli stessi ristoratori a chiedere la protezione. I boss evitavano la concorrenza di possibili nuove aperture, mettevano a tacere qualche testa calda che faceva baldoria nei locali ed evitavano furti e rapine.
“Gentilmente a che sei qua se puoi passare di là e dargli un’occhiata”, chiese un ristoratore a Gennaro che si confidava con un’amica: “Gli ho detto sì certo che lo posso fare, 150 euro per come pagano gli altri paghi tu”. E si gonfiava il petto: “Volevo arrivare all’intento che si devono spaventare a Sferracavallo di me… ci sono arrivato”.
Tutta gente finita in carcere in un mandamento dove invece sono tornati in libertà pezzi grossi come Calogero Lo Piccolo e i cugini omonimi Giuseppe Biondino.

L’escalation di episodi preoccupa, specie se associati alle sventagliate di Kalashnikov. Una strategia delle tensione da parte di un gruppo che sta scalando le gerarchie nel mandamento di Tommaso Natale-San Lorenzo partendo dallo Zen oppure c’è dietro la regia di un boss libero o detenuto ma capace di impartire ordini dal carcere?

La Direzione distrettuale antimafia sta cercando le risposte. Gli episodi continuano: tre bottiglie piene di benzina lasciate davanti alle pizzerie Sunset a Barcarello e Ulisse a Tommaso Natale e davanti al bar Sweet Life a Sferracavallo. Stessa marca, stesso contenuto, stessa firma.

Di nuovo a Sferracavallo dove il 25 aprile hanno preso a mitragliate la vetrata del ristorante “Al Brigantino”. Sono tornati sul luogo del delitto, senza alcun timore. Sono armati e sfrontati. Le raffiche di Kalashnikov (ci sono pure quelle in un deposito di Sicily by Car in via San Lorenzo e in una rimessa di auto in via Sferracavallo) potrebbero essere un messaggio rumoroso rivolto a qualcuno e slegato dalle storie del pizzo. Un messaggio per dire “ora comandiamo noi”, che sembra una risposta ai tanti residenti e commercianti della borgata che nei giorni scorsi sono scesi in piazza per chiedere sicurezza e urlare “no alla mafia”.
I carabinieri acquisiscono le immagini delle telecamere di videosorveglianza dei negozi e ascoltano commercianti e testimoni. C’è un sottile filo rosso che lega tutti gli episodi. Anche il botta e risposta fra via Don Minzoni e via Montalbo, che spariglia le carte visto che si tratta di un mandamento diverso, quello di Resuttana. In via Don Minzoni, però, hanno sparato con una grossa arma da guerra come negli altri episodi avvenuti tutti a Tommaso Natale-San Lorenzo.
Un tempo i due mandamenti erano arrivati ai ferri corti, specie quando Salvatore Lo Piccolo, il barone di San Lorenzo, seppe di riunioni riservate a Borgo Vecchio a cui aveva partecipato anche Bartolo Genova di Resuttana, da anni tornato in libertà. Il pentito Manule Pasta raccontò che “fu estromesso dalla famiglia, con Giovanni Sammarco (detto Enzo) e Gioacchino Intravaia, perché avevano combinato un appuntamento con Gianni Nicchi (boss di Pagliarelli, allora latitante ndr) senza averne l’autorizzazione”.
Erano gli anni in cui Nicchi e il suo padrino, l’ergastolano Nino Rotolo, avevano in mente piani di morte contro Lo Piccolo. Genova fu sostituito con Andrea Quatrosi, voluto dai Lo Piccolo. Sono passati più di quindici anni, ora i due mandamenti sono tornati ad essere una polveriera e i Genova a comandare. Per ultimo Salvo Genova, pochi mesi fa, è stato condannato a 18 anni di carcere.

