Il rimpasto del governo regionale – chiamando in causa la responsabilità di tutta la politica – può essere portato avanti, nei giorni che lo vedranno compiersi, in due modi. Uno giusto, uno sbagliato.
Il secondo (quello sbagliato) riguarderebbe i consueti meccanismi di spartizione tra le varie anime del centrodestra, con un occhio alle future sfide elettorali, a cominciare da Palazzo d’Orleans. Il claudicante rito degli spazi da riempire, nel quadro esclusivo degli equilibri della coalizione.
Il primo (quello giusto) sarebbe un modo di voltare pagina, davanti alle inchieste che pongono una inaggirabile questione morale e alle difficoltà di una maggioranza più volte in balia dei numeri a Palazzo dei Normanni.
Come procedere virtuosamente? Affrontando i problemi con franchezza. Non concentrandosi sulla scaletta immaginaria del potere che punta se stesso, scommettendo sulla sfida per la sopravvivenza.
Siamo sicuri che i protagonisti a vario titolo sappiano qual è veramente la posta. Il mero rimescolamento delle carte sarebbe un danno, forse definitivo, per chi è seduto a quel tavolo.
Porterebbe a una tregua fragile, destinata a frantumarsi quasi subito, legando gli scenari a un contesto instabile, da qui alla fine della legislatura.
Solo un’azione in piena consapevolezza potrà smagliare l’orizzonte nebuloso. La reiterata miopia non darebbe alcun reale vantaggio, né farebbe il bene di quei siciliani che ancora nutrono fiducia nella politica, anche se sono stanchi dei giochini nei Palazzi. Questa Sicilia, dalla dimensione quotidiana complicata, merita chiarezza.
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