Sparatoria, risvolti inquietanti LiveSicilia.it

Sparatoria, risvolti inquietanti|L’indifferenza dopo gli omicidi

Il puzzle si riempie di altri tasselli. E nello scontro sarebbero coinvolti nomi di rilievo della mala catanese.
LE INDAGINI NON SI FERMANO
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CATANIA – Una parte della città sembra aver quasi dimenticato quello che è accaduto appena dieci giorni fa. Due morti ammazzati sull’asfalto di viale Grimaldi 18. È partita la litania “sono fatti loro”. Come se quel “cosa loro” non fosse in realtà “cosa nostra”. In tutti i sensi. Anche nell’accezione mafiosa.

Non ci si può voltare dall’altra parte. Non si può far scivolare tutto come fosse un moscerino fastidioso al braccio. Catania è tornata per una sera a ricoprirsi di piombo, sangue e lacrime. E non può considerarsi tutto finito con i fermi dei carabinieri che, con il coordinamento della Procura, hanno dimostrato come la risposta dello Stato è arrivata in tempi brevi.

Il caso è tutt’altro che chiuso. Le indagini vanno avanti perché c’è tanto ancora da chiarire e da scoprire. Perché mentre i pezzi del puzzle piano piano si compongono, il quadro diventa ancora più allarmante. In mezzo ci sono nomi di non poco conto dello scacchiere della criminalità organizzata catanese.

Non c’è solo il capo dei Cursoti Milanesi, Carmelo Di Stefano rimasto in carcere, ma sarebbero coinvolti anche esponenti di un certo rilievo della famiglia mafiosa dei Cappello. A rivelarlo alcuni protagonisti (alcuni di loro indagati) che hanno dato la loro versione dei fatti agli inquirenti e le cui dichiarazioni sono finite nel faldone consegnato alla gip Marina Rizza per la convalida dei fermi.

Inquietante il racconto di Concetto Bertucci, uno dei feriti della sparatoria, che si sarebbe salvato perché si sarebbe finto morto. Era lì sul selciato insieme a Luciano D’Alessandro, attaccato a quel corpo diventato freddo in pochi secondi. I killer si sarebbero avvicinati, ma convinti di averli uccisi entrambi, si sarebbero allontanati. La giudice però non crede al fatto che il gruppo dei Cappello si sia presentato a Librino senza armi. Anche perché sono stati trovati bossoli di calibro differente rispetto a quelli che avrebbero colpito vittime e feriti. 

Il nastro, attraverso le carte in mano alla magistratura, è stato riavvolto fino alle 24 ore precedenti la sparatoria. Il pestaggio di Gaetano Nobile davanti al mini market di via Diaz sarebbe stato l’evento che ha scatenato l’effetto domino fino agli spari.

Ma cosa ci sia dietro la spedizione punitiva che sarebbe stata ideata da Carmelo Di Stefano ‘pasta ca sassa’ è ancora presto per dirlo. Le ipotesi in campo sono diverse: il rifiuto a cedere la bottega al boss da parte di Nobile, un commento poco gradito all’indirizzo del figlio di Di Stefano (che lo ha chiamato come il padre Gaetano) mentre passava da via Diaz sgommando, una femmina contesa.

Quei colpi di casco avrebbero spaventato non poco Nobile che avrebbe chiesto aiuto a dei suoi parenti che poi lo avrebbero portato a casa di Salvuccio Lombardo, figlio del più noto Salvatore u ciuraru, cugino di Turi Cappello. Junior avrebbe addirittura aggredito in un pub uno dei figli dei picciotti di Di Stefano.

Questo sgarro avrebbe fatto saltare un incontro chiarificatore programmato per il sabato mattina.

Poi nel pomeriggio sarebbe scattata la ricerca di ‘pasta ca sassa’, considerato un po’ il ‘boss del viale’, per poter chiudere una volta per tutte la questione. Da una telecamera di via Palermo gli investigatori hanno contato 13 moto che si sono dirette verso Librino.

Un fiume che si è dovuto dividere in affluenti quando, sulle curve che portano ai civici 18 e 19 del viale Grimaldi, si è trovato davanti un muro di almeno due auto da dove sono partiti colpi a raffica. In una di quelle auto ci sarebbe stato Carmelo Di Stefano, in un’altra Martino Carmelo Sanfilippo. Le pallottole mortali hanno colpito chi chiudeva il carosello di scooter.

Ci sono testimonianze che vorrebbero Lombardo jr in sella a una di quelle moto, oltre a un parente del capomafia Turi Cappello. Ma tutto resta in attesa di precisi riscontri. L’inchiesta non si ferma. E mentre gli inquirenti indagano, Catania deve risvegliarsi dal torpore dell’indifferenza. 


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