Orrore e delirio, Massimo Carandente racconta la strage di Altavilla

“Insetti in bocca”, “vomitava capelli”: strage di Altavilla, parla l’imputato

"Come in un film": la versione di Massimo Carandente

PALERMO – Orrore, sofferenza e delirio. Tocca ad uno dei tre imputati, Massimo Carandente, salire sul banco dei testimoni per raccontare la sua versione dei fatti sulla strage di Altavilla Milicia davanti alla Corte di Assise di Palermo, presieduta da Vincenzo Terranova, e al pubblico ministero di Termini Imerese Manfredi Lanza.

L’orrore è quello che avvenne all’interno della villetta nel febbraio 2024. Antonella Salamone e i figli Kevin ed Emmanuel di 16 e 5 anni furono torturati e uccisi in un’escalation di sofferenza. Il delirio è quello di Carandente, che scarica le colpe sulla moglie, Sabrina Fina, e su Giovanni e Miriam Barreca, padre e figlia.

La sua verità sulla strage di Altavilla Milicia

Lui era lì, non nega di avere assistito allo sterminio, ma giura di non avervi partecipato attivamente. Spiega che tentò di fermare la strage, ma era “scioccato” perché credeva davvero che le vittime fossero possedute dal demonio. Racconta dettagli che travalicano i confini della realtà. Un racconto freddo, senza vuoti di memoria, con un narrato ordinato.

Alle sue spalle, nei gabbiotti blindati al pianterreno del palazzo di giustizia, mentre risponde alle domande del suo avvocato, Giovanni Barreca e Sabrina Fina ascoltano. L’uomo ha lo sguardo fisso verso il nulla, la donna scuote la testa in segno di dissenso per ciò che ascolta e nel frattempo piange. Il marito la descrive come la “sacerdotessa” del rito di liberazione, ma l’imputata l’ha sempre accusato di mentire.

strage di Altavilla

Carandente modifica la sequenza dell’orrore. Il primo a morire sarebbe stato il piccolo Emmanuel. Nella casa di Altavilla Milicia c’era finito assieme alla moglie dopo avere conosciuto la famiglia Barreca in un gruppo di preghiera: “Giovanni Barreca voleva fare il pastore, doveva aprire una chiesa nel suo garage. Parlava di visioni: svuotava il frigorifero del cibo che dava ai bisognosi e il frigorifero si riempieva di nuovo”. Senza che nessuno intervenisse.

L’aria era pesante a casa Barreca per via dei “continui litigi e dei problemi economici”. I Barreca erano insistenti, volevano che la coppia li andasse a trovare e che dormissero lì. All’inizio trascorrevano il tempo “arrostendo la carne”, come due normali famiglie che stringono un rapporto di amicizia. Poi, iniziarono e venire fuori delle stranezze: “Giovanni Barreca mi disse che Antonella Salamone non stava bene. Aveva dei tic, palava con una voce strana. Mia moglie diceva che era posseduta e andava liberata, altrimenti le cose sarebbero finite male”.

Antonella fu interrogata nel preludio della strage di Altavilla Milicia: “A turno Giovanni, Miriam e Sabrina le facevano domande. Ad una di esse la donna rispose che i sospetti del marito erano corretti, lo aveva “tradito con un pastore di Novara”, città dove hanno vissuto prima di tornare in Sicilia. Non era lei a rispondere, “ma un demone”.

Aveva gli occhi di un colore strano, “nerissimi” , “si strappava i capelli”, “il corpo si gonfiava per tre volte del suo”. Iniziarono a colpirla con “calci, pugni, padellate, con l’aggeggio del camino”. Non lui, Carandente guardava credendo di essere “dentro un film, è come se seguissero un copione”. La Procura di Termini Imerese lo ritiene colpevole del triplice omicidio. Non uno spettatore, ma uno dei carnefici.

Gli attrezzi delle torture

Carandente racconta che a morire per primo fu Emmanuel: “Sabrina diceva che il Signore le parlava, il bambino era collegato con la madre e bisognava liberarli. Quando colpivano la madre lui si dimenava, gridava e viceversa. Erano cose concrete, le vedevo con i miei occhi e ci credevo”. Fina avrebbe dato il macabro ordine al padre del piccolo: “Se tu vuoi il bene di tuo figlio non ti preoccupare”.

Il primo a morire fu Emmanuel

La sorella Miriam preparò il caffè e lo fecero bere al piccolo con una siringa. Il fratello Kevin lo prese e lo portò in camera da letto: “Lo teneva fermo”, mentre gli facevano bere il caffè, bollente e amaro. Non bastò, gli misero dentro la bocca il phon e lo accesero: “Il bambino parlava con voce stridula, diceva che il suo posto era all’infermo, il suo volto cambiava aspetto e colore, aveva un bozzo, una specie di palla nella pancia che si muoveva da destra a sinistra”.

Carandente assisteva immobile, “ero impietrito, scioccato, mi ero convinto che che quelle cose erano necessarie. Giovanni urlava di volere fare come Abramo con Isacco e che il Signore avrebbe risuscitato suo figlio”.

“Papà perché fai questo, perché è stato fatto a Gesù?”, avrebbe detto Emmanuel. Quando l’aria calda gli tolse il respiro fino a soffocarlo, Carandente giura di avere visto “delle zampe di insetti nella bocca del bambino”. Poi, si spostarono in cucina dove c’era Antonella Salamone a terra, priva di sensi: “Giovanni prese a schiaffi il figlio. Gli urlava ‘ti devi svegliare, questa non è tua madre, è un mostro e ha ucciso tuo fratello’. Kewin era arrabbiato, ha preso la madre a calci, pugni e gomitate e Antonella è morta.

Tutti insieme “come in una processione” presero il corpo che “Giovanni aveva avvolto in una coperta e legato con una corda”. La portarono in giardino, “Kewin e Giovanni Scavarono una buca”, coprirono il corpo con la legna e le diedero fuoco. Dalle fiamme, racconta Carandente, “che inseguivano Giovanni, sentivo provenire delle urla”.

Il rito di purificazione

L’unica non presente al rito di purificazione era Miriam, rimasta in casa. Quindi uscirono per andare a “comprare dei vestiti dai cinesi, perché Giovanni diceva che i nostri facevano puzza”. Al rientro nella villetta “Sabrina Fina disse che doveva fare il rito della resurrezione di Emmanuel ma prima Kewin e Miriam si dovevano purificare. Miriam pensò di usare il caffè, vomitarono, ma dalla bocca di Kewin insieme ai liquidi uscì una lunga ciocca di capelli chiari e arrotolati”. Anche quello sarebbe stato interpretato come un segnale. Doveva essere Kewin a resuscitare il fratello, ma prima doveva “liberarsi di un peso, lui urlava mi dispiace tu mi cercavi e io ti mandavo via”.

Nessuno poteva ridare la vita ad Emmanuel e Kewin divenne il bersaglio: “Lo presero a calci e pugni, lui scappò, il padre lo ha afferrato e lo bloccava a terra, il ragazzo parlava con una voce da donna. Poi ha fatto un volo dal corridoio al divano”. E allora decisero di legarlo. Fu Carandente, ed è l’unica parte operativa che ammette, su richiesta di Barreca andò a prendere un cavo elettrico nel garage.

Non bastò, “Giovanni prese delle grosse catene. Lo teneva fermo”. Carandente usa l’immagine del “cavallo che viene tirato per le redini”. Kewin “si dimenava e ha sbattuto la testa a terra più volte fino a quando è morto”. Poi, in silenzio, salirono in macchina e Barreca accompagnò i coniugi alla stazione dei treni per fare rientro a Sferracavallo. La strage di Altavilla Milicia era compiuta.


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