Palermo, un Festino non ci salverà

Un Festino non cambia Palermo

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Restano le spoglie dei babbaluci e poco altro
L'EDITORIALE
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2 min di lettura

Evapora anche questo sfavillante Festino, con le spoglie dei babbaluci (foto d’archivio), i fuochi e quella malinconia appiccicaticcia, dopo la gioia prescritta. Lo spettacolo complessivo, a onor del vero, è apparso suggestivo.

Poi, ti volti indietro, scrutando i ‘fantasmi dei Festini passati’. Fai un passo in avanti verso il futuro, spiccando il balzo dal presente. E ti prende la stanchezza. Palermo, oltre la magica sera di ogni 14 luglio, sembra incatenata alla sua indolenza, con la stessa ostinazione di chi finisce per amare un sortilegio che è una condanna.

Basta un Festino per cambiare? L’inno alla speranza di qualche ora cosa dice di noi, se non attecchisce a sufficienza con l’impegno quotidiano?

Notti di paura a Palermo

La cronaca è nota. Palermo ha riscoperto notti di paura, tra incendi e spari di kalashnikov, reagendo come chi si accorga di essere stato contagiato da una malattia ormai debellata: con stupore.

Le operazioni di carabinieri e polizia, coordinate da una Procura pienamente all’altezza della sfida, come le forze dell’ordine, offrono dispacci un po’ meno angoscianti, rispetto alla tradizione recente.

Le parole della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, sono un passaggio da non sottovalutare. Le abbiamo accolte con il favore che, secondo noi, meritavano.

Il Festino nella città pigra

Sullo sfondo, resta il profilo di una città complessivamente impigrita, che non prende a mani nude nessun argomento scomodo, specie se incandescente.

Una città assopita. Che si spende con difficoltà, per vicende cruciali, quando in passato ha dato lezioni sulla mobilitazione civile. Una Palermo affamata, spesso incivile, paga della propria rassegnazione. C’è pure una Palermo brillante, attiva e generosa. Ci sono gli indomiti ‘ragazzi di Addiopizzo’, per fortuna.

Quella Palermo migliore esiste e sgomita. Però, l’inerzia racconta una passività acquattata fra la retorica che non costa nulla e la messinscena che non produce niente, se non vecchi modi di intendere e gestire il potere, a vari livelli, in un contesto asfittico.

Ma non basta un Festino…

Ecco perché, stavolta, abbiamo seguito i fastosi riti con una sorvegliata inquietudine. La rappresentazione sociale ci è sembrata già vista, già rimasticata. Un compendio delle puntate precedenti: invito alla rinascita compreso. Si parla di anime, non di numeri – è appena il caso di sottolinearlo – che sono stati gratificanti. Dov’è l’anima di Palermo?

E magari fosse soltanto una questione di scelte politiche, il bersaglio grosso di ogni colpa vera o presunta. Palermo è stata amministrata in parte come si poteva, in parte come si voleva. Il problema si rivela molto più profondo, ci interroga alla radice, in quanto palermitani incapaci di costruire un orizzonte duraturo.

La fiducia scorre accanto agli alibi di chi pensa, che tanto, rimarrà tutto nella definizione dello stesso perimetro. Altrove, si vivono dieci vite nell’arco di una esistenza vissuta qui. Babbaluci, fuochi, grida. No, non basta un Festino per cambiare Palermo, se alla nostra Santuzza chiediamo l’accensione di una fede che non sappiamo trasformare in realtà, nel rimpianto di oggi. Ma, domani, chissà…

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