PALERMO – Qualcuno ha già scritto e qualcun altro scriverà la frase per certi versi stantia che anche Bruno Contrada si è portato i segreti nella tomba.
Difficile separare l’uomo dal poliziotto, ancor di più per chi, come Contrada, è stato accusato di avere infangato la divisa che indossava. Accusato e condannato seppure con un percorso giudiziario controverso come la sua vita. Fu risarcito dalla Corte d’appello do Palermo perché il reato di concorso esterno non era normato quando gli venne contestato. La Corte di giustizia europea infatti sancì l’inefficacia della condanna. Gli stessi giudici di appello, però, sottolinearono le sue “collusioni con la mafia” che giustificavano una ipotesi di favoreggiamento aggravato.
Deve essere una damnatio aeterna per l’ex capo della squadra mobile di Palermo e numero tre dei servizi segreti, di cui oggi si celebra il funerale nella chiesa di San Tommaso d’Aquino a Palermo? Le sue condotte in vita riposano con lui dentro la bara e negli atti processuali.
Gli amici di Contrada per l’ultimo saluto
In chiesa accanto ai figli Guido e Antonio ci sono tanti amici di Contrada. Vincenzo Mattaliano è uno di questi. Era il capo della polizia stradale di Palermo negli anni in cui Contrada guidava la Mobile. Anni di violenza mafiosa. Mattaliano fu tra coloro che intervennero in via Libertà il giorno dell’epifania del 1980. Come testimoniano le foto dell’epoca era fra gli uomini attorno al corpo di Piersanti Mattarella, subito dopo l’omicidio del presidente della Regione siciliana.

“Dubbi sulla rettitudine di Contrada? Nessuno, sono stato anche suo amico”, dice Mattaliano fra i banchi della chiesa. “Anche io sono stato suo amico e anche io sono certo della sua onestà”, aggiunge Salvo Mendolia figlio di un ex questore di palermo che prima fu anche capo della squadra mobile palermitana.
A tracciare il percorso religioso è don Gaudens Murasandonyi: “Davanti alla morte ci sentiamo sprovvisti della nostra sicurezza e la vita che ci sembrava bella non lo è più. Il Signore ci conosce bene e ha riservato un posto per tutti noi”.
Non ci sono rappresentanti delle Istituzioni e delle forze dell’ordine di oggi. C’è un picchetto d’onore, ma è organizzato dai volontari dell’Associazione europea operatori polizia di cui Contrada faceva parte. Accanto alla bara i cimeli della carriera.
L’intervento del cappellano militare
Anche don Franco Facchini prende la parola alla fine della celebrazione. Cappellano militare divenne confessore e guida di Contrada durante la detenzione a Santa Maria Capua Vetere. Anche lui dimostra di non avere alcun dubbio sull’onestà del poliziotto: “Nel 2007 ho avuto il piacere di conoscere Contrada, era Natale. Fu l’inizio di un rapporto bellissimo e intenso con Bruno. Sono stato ospitato a casa sua e ho avuto la fornitura di condividere i suoi pensieri, la sua testimonianza. Mi ha arricchito, aveva una fede incrollabile che lo ha accompagnato nel suo calvario terreno. Ha sofferto molto per l’ingiustizia che ha subito e per la sofferenza riflessa nei suoi cari. Ma non si è mai dato per vinto grazie al suo alto senso dello Stato e alla sua dignità immensa. Ci lascia una testimonianza: ha fatto in modo di vedere il dolore come una condizione necessaria”.
Il cappellano legge una preghiera che Contrada scrisse nel carcere militare di Forte Boccea. Una preghiera consolatoria per gli altri detenuti, colpevoli e innocenti che fossero. Innocenza, la sua, proclamata anche allora: “Il Signore non è forse stato crocifisso da Innocente?”, scriveva il detenuto Contrada.
“Intelligente, buono e un grande servitore dello Stato – così lo ricorda Roberto Scotto, che è stato dirigente generale della polizia e prima collaboratore di Contrada al Sisde -. Questa è stata la sua vita, rovinata da qualche calunniatore. Se c’è qualcosa dopo la morte sicuramente Contrada è nel giardino dei giusti”.
I nipoti: prima di essere un grande nonno è stato un grande uomo
I nipoti lo ricordano come un nonno premuroso e affettuoso, “ma prima di essere un grande nonno è stato un grande uomo. Lo uccisero senza bombe”. “Sono molto orgoglioso di portare il suo nome”, conclude il ventenne Roberto Contrada.
