Mi capita da sempre di incontrare i cosiddetti ‘giovani’ siciliani. Li definisco così in sospetto di classificazioni generiche, del luogo comune che li vorrebbe protagonisti soltanto del futuro. Errore capitale: sono già il presente, titolari di sconfitte e speranze. Più o meno come tutti.
Mi è capitato di partecipare alla bellissima Giornata dell’ascolto, organizzata da quella istituzione meritoria che è Telefono azzurro. C’erano studentesse e studenti sensibili, attenti, col gusto di porre domande e approfondire argomenti non semplici. Giovani siciliani pieni di interrogativi, col desiderio di risposte.
Ogni tanto, ho avuto il privilegio di essere invitato nelle scuole dello Zen. E ho visto altri giovani siciliani, con i problemi specifici delle periferie, egualmente profondi e intelligenti, innamorati della leggerezza di un’età che si confronta con ostacoli via via crescenti.
Il nostro editoriale sulle difficoltà connesse all’essere siciliani presentava un inciso: ‘Ci sono dei giovani meravigliosi. Si trovano ovunque, però, qui, sui terreni spinosi, hanno una forza in più, la capacità di chi deve adattare passione e intelligenza a un contesto non propizio. Li conosciamo per nome. Alcuni sono andati via. Altri stanno tornando per mettere a frutto le ricchezze raccolte lungo il cammino’.
Chi sono i giovani siciliani
I giovani siciliani sono in cerca di una patria. Tengono gli occhi aperti. Coltivano ideali smisurati che questa misura di politica, spesso, non soddisfa. Col loro impegno chiedono una svolta definitiva. Hanno il diritto di ottenerla.
Soprattutto, i giovani siciliani, sono tali – a qualunque età – se non cedono alla resa della rassegnazione. Se immaginano un orizzonte diverso, dove chiunque valga soltanto per quello che è.
Ed è confortante sentire, più che leggere, le parole del presidente della Regione, Renato Schifani, in una intervista al nostro giornale: “Il mio pensiero è rivolto ai giovani siciliani. A loro dico di avere fiducia nella Sicilia e di restare”. Ma perché questo accada è necessaria una politica degna di fiducia. La chiedono anche Roberta Amato, attrice-autrice catanese, e Paolo Gravano, operatore culturale palermitano, negli interventi che pubblichiamo. Due voci per tutte.
Una politica migliore, in Sicilia e altrove, deve affrontare la questione morale. Quella che viene fuori dalle recenti inchieste.
Ma pure quella che riguarda il sistema complessivo, nessuno escluso. Perché non c’è chi possa dirsi immune dal problema della costruzione di una vera ‘politica morale’, cioè degna di fiducia. (nella foto Palazzo dei Normanni, sede dell’Ars)
Una politica, cioè, che non si fondi più sullo scambio individuale tra favore e voto. La ferita è in due direzioni: c’è chi chiede e chi elargisce, nel privato di un interesse reciproco.
La risposta (da sogno) di un politico qualunque
Sogniamo un siculo elettore che non domandi più qualcosa per sé, o per la famiglia. Sogniamo un politico conterraneo che sappia rispondere: io agisco in una prospettiva generale, se ci stai, bene. Altrimenti, arrivederci.
Sogniamo promesse che valgano davvero, bugie mai più pronunciate, orizzonti nel medio e lungo termine, la scomparsa degli intrighi, del malaffare, più o meno penalmente irrilevante, dei populismi, delle retoriche, delle propagande. Sogniamo la politica.
Sogniamo, mentre prendiamo atto di un livello complessivo non all’altezza di quelle ispirazioni. Non ne facciamo un discorso di schieramento.
Sogniamo giovani siciliani richiamati, come già in parte avviene, nella terra d’origine. Ragazze e ragazzi di ritorno nell’Itaca dei genitori e dei nonni, con l’ossessione amorevole di renderla splendida per sempre.
Molti penseranno che il nostro sogno, in quanto tale, sia irrealizzabile. Che volete farci? In tutti noi sopravvive un giovane siciliano che non ha smesso di sperare. Basta cercarlo, trovarlo e non mandarlo via.
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