Soldi, nomine, "spesa gratis": i reati che inchiodano Silvana Saguto

I soldi, le nomine, la “spesa gratis”: i reati che hanno inchiodato Saguto

Si dovrà solo stabilire l'entità della pena

PALERMO – Dal trolley con i soldi alla tesi di laurea per il figlio. Sono sette i reati che hanno portato alla condanna irrevocabile di Silvana Saguto e degli altri imputati. L’ex giudice è stata arrestata ieri in una clinica, a Palermo, dove era ricoverata da tre settimane. Per la condanna definitiva deve scontare 7 anni e 10 mesi. In carcere sono finiti anche il marito e ingegnere Lorenzo Caramma (6 anni e un mese), l’avvocato Gaetano Cappellano Seminara (6 anni e 7 mesi) e il ricercatore universitario Carmelo Provenzano (6 anni o 8 mesi). Per alcuni reati minori la Cassazione ha disposto la rideterminazione della pena.

All’inizio dell’inchiesta, nel 2015, erano più di settanta i capi di imputazione, divenuti diciassette in appello e scesi definitivamente a sette. Una grossa fetta delle contestazioni è caduta nel merito (tra cui l’associazione a delinquere), altre per prescrizione durante i tre gradi di giudizio. Hanno retto i reati più gravi ed è arrivata la condanna dell’ex magistrato.

Servirà un nuovo processo di appello che sarà celebrato a Caltanissetta per determinare le pene finali, nel frattempo sono finiti in carcere. La procura generale nissena ha dato esecuzione alla sentenza perché le pene non saranno inferiori alla soglia dei quattro anni che evita l’arresto.

Il patto Saguto-Cappellano Seminara

Dall’articolato verdetto emerge la conferma dell’esistenza del patto corruttivo basato sulla nomina di Gaetano Cappellano Seminara in diverse procedure in cambio di consulenze per il marito di Saguto, l’ingegnere Lorenzo Caramma. Le nomine riguardavano le procedure “Salvatore Sbeglia”, “Francesco Paolo Sbeglia”, “Bordonaro”, “Maranzano”, “Spadaro”, “New Port”, “Abate” e “Ponte” decise dalla sezione Misure di prevenzione sotto la presidenza Saguto. Per alcuni procedimenti alla fine è arrivata anche la restituzione dei patrimoni.

Lorenzo Caramma
Lorenzo Caramma

Del patto corruttivo fanno parte i compensi liquidati a Cappellano Seminara, tra cui i cinque milioni di euro per la gestione dei beni dei fratelli Sansone e i 900mila euro per la clinica Villa Santa Teresa di Bagheria confiscata a Michele Aiello (Cappellano Seminara era consulente e secondo l’amministratore giudiziario Andrea Dara il compenso congruo era la metà di quanto venne liquidato). Ci guadagnò anche Caramma nominato da Cappellano Seminara come coadiutore o professionista incaricato per una serie di procedure a Caltanissetta, Trapani e Agrigento. A conti fatti in quindici anni di collaborazione Caramma ottenne parcelle per un totale di 780 mila euro, con anomale duplicazioni per circa ventimila euro.

Il caso del trolley

La famiglia Saguto non riusciva a reggere il tenore di vita con gli stipendi (solo l’ex giudice guadagnava cinque mila e 500 euro). Quando servivano soldi Cappellano Seminara accorreva in soccorso. Agli atti ci sono dazioni di denaro in contanti per circa 40 mila euro, di cui 20 mila che l’avvocato portò una sera di giugno 2015 a Saguto dentro un trolley. La Cassazione ha messo il bollo di definitività su quello che è stato uno dei punti più controversi dell’indagine. I finanzieri del Nucleo di polizia economico-finanziaria di Palermo – allora si chiamava ancora Polizia tributaria – non bloccarono Cappellano (per non compromettere le indagini, dissero) ma incrociarono conversazioni telefoniche e dati bancari.

Insofferenza a casa Saguto

A partire dal 10 giugno 2015 il magistrato e il marito iniziarono a mostrare segni di insofferenza. I conti erano in rosso. Gli investigatori intercettarono frasi come “speriamo che arrivino le cose che devono arrivare”; “quei documenti non sono arrivati… è passato un mare di tempo e siamo un poco persi”; “Tu le hai guardate quelle cose, quei documenti?”; “Li sto preparando”; “Sono disperata”. Alle 22.35 del 30 giugno Cappellano Seminara arrivò con un trolley a casa Saguto in via De Cosmi. L’1, il 2 e il 7 luglio Lorenzo Caramma versò con il bancomat sul conto corrente 9 mila e 500 euro per mettere una pezza sul conto in rosso.

Il patto Saguto-Provenzano

In cassazione l’accusa di corruzione ha retto anche per il patto che Saguto siglò con Carmelo Provenzano e Nicola Roberto Santangelo, nominati amministratore giudiziari e consulenti nelle procedure “Dolce”, “Raspanti”, “Acanto”, “Ingrassia” e “Virga” (oltre duecento mila euro di parcelle). In cambio Saguto ottenne da Provenzano la disponibilità ad aiutare il figlio con la tesi di laurea (disponibilità interpretata come prezzo della corruzione, mentre per il figlio è caduta l’accusa di avere violato una legge del 1925 per contrastare la “falsa attribuzione di lavori altrui da parte di aspiranti al conferimento di lauree”), i soldi del rinfresco per festeggiare, cassette di frutta coltivate nell’azienda amministrata dal ricercatore della Kore di Enna.

Il caso del supermercato

Altro filone che ha portato alla condanna sono le concussioni (derubricate in induzione indebita a dare i promettere utilità) nei confronti di Alessandro Scimeca, amministratore giudiziario dei supermercati Sgroi e dell’Abbazia Sant’Anastasia. Nel primo caso Saguto fece la spesa accumulando un debito di 13mila euro (saldato solo dopo che scoppiò lo scandalo) e nel secondo fece assumere Richard Scammacca, su segnalazione dell’ex prefetto prefetto Francesca Cannizzo. Ieri sera l’epilogo con gli arresti che ha colto di sorpresa gli imputati. L’avvocato di Saguto, Ninni Reina, sta già lavorando ai ricorsi. Sostiene che la sua assistita non poteva essere arrestata prima del nuovo processo e che le sue condizioni di salute dell’ex magistrato non sono compatibili con la detenzione.


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