PALERMO – Il Coronavirus sta mettendo in ginocchio l’economia mondiale ma sta anche cambiando molte delle nostre abitudini e il mondo del credito è pienamente coinvolto. L’Italia resta troppo affezionato al denaro liquido e non è affatto un bene, non solo per la mancata tracciabilità dei pagamenti che agevola l’evasione fiscale e il riciclaggio, ma per motivi igienico sanitari quanto mai attuali. E’ la FABI, il primo Sindacato del Settore Bancario, che rilancia con forza l’allarme e denuncia cattive abitudini ancora troppo diffuse anche in Sicilia.
E se nelle crisi passate la domanda di contanti spesso aumentava, perché i consumatori cercavano una riserva di valore stabile e un mezzo di scambio, attualmente la situazione è cambiata. “In Italia circola ancora troppo contante – afferma Gabriele Urzì Segretario Provinciale FABI Palermo e Responsabile Salute e Sicurezza FABI Palermo – ma stavolta occorre un uso più cauto delle banconote e un incremento dell’uso dei pagamenti online, con carta o con lo smartphone. Purtroppo questo può portare un impatto negativo su chi non ha un conto corrente o sulle persone più anziane, che sono peraltro i soggetti più a rischio”.
Ma c’è di più secondo la FABI. “Come hanno dimostrato i ricercatori, banconote e monete, possono trasmettere il coronavirus – continua Urzì – ma in realtà, quasi paradossalmente, i rischi sono minori di quelli nel digitare i tasti del pin di un bancomat o prendere in mano una carta di credito visto che il virus sopravvive più a lungo sulla plastica. Per essere sicura una transazione dovrebbe essere contactless o tramite uno smartphone, metodi che si stanno diffondendo sempre di più”.
La paura del contagio si è così estesa che la Cina, dal 17 gennaio scorso, si è impegnata a sterilizzare e porre sotto quarantena le banconote che, circolando, potrebbero veicolare di mano in mano microbi e virus. I rimedi? “Almeno per ora, usare guanti in nitrile, non toccarsi con gli stessi il volto, cambiarli spesso, usare un fazzolettino sui tasti del Bancomat e privilegiare, ove possibile, i pagamenti contactless, o con le apposite app per gli smartphone (Apple pay, Google pay) – conclude Urzì”.

