Strano: "Chi è Cosa nostra non può transitare nel clan Cappello" - Live Sicilia

Strano: “Chi è Cosa nostra non può transitare nel clan Cappello”

Le precisazioni del boss di Monte Po, imputato nel processo Camaleonte, rimescolano le carte sulla storia mafiosa degli ultimi anni.
LE DICHIARAZIONI
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CATANIA – Qualcuno potrebbe pensare che forse si dovrà riscrivere la storia della mafia catanese degli ultimi 12 anni almeno. Ma in verità i nodi focali della strategia del terrore messa in campo da Sebastiano Lo Giudice dopo la sua scarcerazione nel 2006 sono ben descritti nelle sentenze dei vari capitoli dell’inchiesta Revenge. La ‘benedizione’ dei Lo Piccolo e l’alleanza con i fratelli Strano e i “Martiddina” di Piano Tavola (la famiglia mafiosa degli Squillaci) è “certificata” dalle condanne definitive.

L’unica differenza, formale più che sostanziale, in questo piano di sangue di Ianu U Carateddu sarebbe la creazione di una “terza famiglia” inserita all’interno di Cosa nostra. Un “matrimonio” di mafia, già affrontato nelle colonne di LiveSicilia, ancor prima delle dichiarazioni ormai note del pentito Francesco Squillaci che però ritiene – dalla sua visione all’interno del carcere – che quanto “organizzato” da Lo Giudice fosse diverso dal suo piano di creare una famiglia che avesse lui come reggente. Insomma Mario Strano non avrebbe adempiuto ai suoi voleri e dopo il ‘battesimo’ da uomo d’onore avrebbe stretto un’intesa con i “Carateddi”.

Ma per il boss di Monte Po non è così. Già nel corso di un interrogatorio nel processo d’appello Lombardo, nell’aula bunker di Bicocca, appena scarcerato per la condanna in Revenge rispondendo alle domande della pm Agata Santonocito aveva fatto spallucce in riferimento al suo nome collegato al clan Cappello-Bonaccorsi. “Così è scritto nella sentenza, dottoressa”, aveva mormorato. Ma dopo il blitz Camaleonte che lo ha riportato dietro le sbarre l’estate scorsa ha deciso di fare alcune precisazioni. E questa volta senza tergiversare. 

“In ordine alla contestazione afferente alla mia partecipazione al clan Cappello/Carateddi, io mi protesto innocente in quanto non sono mai entrato a far parte del clan Cappello Carateddi”, sono le prime parole dell’imputato rese durante l’interrogatorio dello scorso luglio davanti alle pm Antonella Barrera e Tiziana Laudani. Domani, infatti proseguirà l’udienza preliminare che lo vede alla sbarra insieme ad altri 55 esponenti delle varie ‘correnti’ della cosca che porta il nome del capomafia Turi Cappello. 

Mario Strano insiste e respinge fortemente la ‘migrazione mafiosa’ che da anni gli viene ‘etichettata’. “Io non posso essere con i Cappello, d’altra parte chi è Cosa Nostra non può transitare nel clan Capello in quanto in passato tra le organizzazioni ci sono stati dei grossi contrasti culminati anche con omicidi”. E poi rincara la dose, citando anche le dichiarazioni di alcuni pentiti chiave dell’inchiesta condotta dalla Squadra Mobile etnea: “È però vero che abbiamo favorito il transito di molti uomini di quel clan all’interno della nuova famiglia da noi creata. D’altra parte così hanno riferito, secondo me, anche i collaboratori Concetto e Salvatore Bonaccorsi, in particolare quando affermano che Mario Strano “nasce e muore Cosa nostra”. 

Il narrato del boss indicherebbe Sebastiano Lo Giudice come l’uomo scelto dai Lo Piccolo per diventare il ‘nuovo padrino’ di Catania ma non sotto l’effige del ‘clan Cappello-Bonaccorsi’ bensì sotto la ‘cupola’ di Cosa nostra. Quindi Ianu U Carateddu avrebbe avuto il compito di spodestare ancora una volta dal trono mafioso i Santapaola-Ercolano. Un progetto simile a quello che negli anni 90 i palermitani avrebbero affidato a Santo Mazzei. I due piani sono miseramente falliti, sempre grazie alle indagini e agli arresti. 

Le precisazioni di Mario Strano, già entrate nelle udienze del Riesame tenute dopo l’operazione, saranno un tassello importante del processo Camaleonte. Anche se ancora siamo alle battute iniziali. 

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