Il boss e pentito Pace si è suicidato: Messina Denaro e i politici

Suicida il boss che gestiva la “banca” di Messina Denaro. Il verbale sui politici

suicidio boss
Bernardo Pace annusa una pistola
Bernardo pace si è impiccato nel carcere di Torino

PALERMO – A gennaio è stato condannato a 14 anni e 4 mesi, a febbraio ha iniziato a collaborare con la giustizia, a marzo il boss si è suicidato in carcere a Torino. Bernardo Pace, aveva 62 anni, era nato a Trapani ma il mandamento mafioso di appartenenza era Castelvetrano, dove contava e conta ancora il cognome Messina Denaro.

Pace ha fatto in tempo a riempire due verbali con la Direzione distrettuale antimafia di Milano. Inziava a sviluppare il livello superiore delle indagini sul “sistema mafioso lombardo” già sfociate nelle condanne del processo Hydra. C’era un patto fra cosa nostra, ‘ndrangheta e camorra per accumulare montagne di soldi.

Il suicidio del boss in carcere

Pace stava male, aveva un cancro. Quanto gli restasse da vivere è il dubbio di chi combatte la sua stessa battaglia. Forse ancora qualche anno. Malato, ma anche inquieto. Qualcuno sostiene che non mangiasse per paura di essere avvelenato. Voci da riscontrare. Lunedì scorso il gesto estremo. Si è impiccato con un cavo nel bagno della cella. Una delle cose che dovrà accertare la Procura di Torino, che ha aperto un’inchiesta, è come sia riuscito a procurarselo.

Pace ha fatto in tempo a raccontare che Matteo Messina Denaro “veniva a Milano” per incontrare Paolo Aurelio Errante Parrino, cugino del boss e ritenuto uno dei vertici del “sistema mafioso lombardo”. Si incontravano “allo studio dell’avvocato… loro facevano delle riunioni (…) ma non alla presenza dell’avvocato o anche alle volte c’era”. Il nome del legale nel verbale c’è, ma “è morto”.

Il livello superiore delle connivenze mafiose è contenuto in alcune pagine del verbale coperte da omissis. Il procuratore di Milano Marcello Viola e i sostituti Alessandra Cerreti e Rosario Ferracane chiedono a Pace dei rapporti tra la mafia e gli “esponenti politici locali e nazionali”. E Pace, sentito il 19 febbraio, risponde: “Allora ci sono…”. Le pagine successive sono omissate.

Il sistema mafioso lombardo

Ci sono i nomi di chi avrebbe fatto parte del sistema mafioso, di cui figura di spicco era Giuseppe Fidanzati, detto Ninni, condannato in primo grado a 14 anni di carcere. È figlio del defunto capomafia Gaetano Fidanzati che un tempo guidava il mandamento dell’Acquasanta a Palermo. Fidanzati ha trasferito residenza e interessi a Milano.

Gli investigatori monitorarono alcuni incontri. Due furono organizzati a Terrasini, uno a Palermo e due a Campobello di Mazara tra febbraio e maggio 2021. Vi hanno preso parte i siciliani “emigrati” in Lombardia che sono tornati spesso “a casa”. Tra questi c’era Bernardo Pace, sotto processo assieme ai figli Domenico e Michele Pace, legati al mandamento mafioso di Castelvetrano di Paolo Aurelio Errante Parrino sarebbe la longa manus in Lombardia.

Secondo gli investigatori, Matteo Messina Denaro era stato informato sulle “operazioni finanziarie gestite dal sistema mafioso lombardo, tramite Paolo Errante Parrino”. I Pace si erano specializzati nei crediti fittizi con l’erario realizzati attraverso un giro di fatture false e venduti a imprenditori che pagavano in contanti.

Bernardo Pace e i figli contano soldi in ufficio

I carabinieri del Nucleo investigativo di Milano riempirono di telecamere l’ufficio dei Pace a Cinisello Balsamo. Era una banca clandestina, con un flusso continuo di banconote da contare e sistemare a mazzette. Un giro di denaro enorme, con una percentuale fissa destinata ad Errante Parrino, nato a Castelvetrano, ma trasferitosi ad Abbiategrasso.

Il 05 marzo 2017 a Peschiera Borromeo, sempre nel Milanese, si sono dati appuntamento Giuseppe Fidanzati e l’avvocato Antonio Messina, massone in sonno, condannato per traffico internazionale di droga e arrestato di nuovo l’anno scorso. Nei loro dialoghi facevano riferimento ad un “ragazzo” di Castelvetrano, identificato in Francesco Guttadauro, nipote del cuore di Matteo Messina Denaro. È il figlio della sorella Rosalia e di Filippo Gutadauro.

Discutevano di affari da sviluppare in zona. Nella bassa provincia milanese, tra Legnano e Abbiategrasso, si è insediata da anni una comunità di castelvetranesi, fra cui Errante Parrino. Facevano capo ad un’associazione che ufficialmente organizzava eventi e attività ludiche ed era presieduta dall’avvocato Giovanni Bosco.

Lo scorso aprile Bosco ha accusato un malore ed è morto all’ospedale di Magenta. Era tra i quattro arrestati nell’inchiesta milanese su un sistema di bancarotte, frodi fiscali e riciclaggio. La moglie di Errante Parrino è Antonina Bosco. I Bosco sono cugini di Gaspare Como, sposato con Bice, altra sorelle di Messina Denaro.

Nel marzo 2021 la famiglia del latitante fu segnata da un grave lutto. Gaspare Allegra, 37 anni, nipote dell’allora latitante (è figlio della sorella Giovanna) morì durante una gita sulle montagne che circondano il lago di Como. Faceva l’avvocato e collaborava con lo studio legale di Bosco.

Nel portafogli dello zio Matteo, il giorno dell’arresto davanti alla clinica “La Maddalena di Palermo”, c’era una foto del nipote deceduto. Errante Parrino prima organizzò la camera ardente e il trasferimento della salma a Castelvetrano, poi venne in Sicilia. “Sto facendo il mio dovere”, rispondeva così Errante Parrino a chi lo ringraziava.

Il 30 novembre successivo sul telefonino di Errante Parrino furono inviati via Whatsapp i documenti di Vito Panicola, figlio di Vincenzo e della quarta sorella di Matteo Messina Denaro, Patrizia. Il giovane cercava lavoro e voleva trasferirsi a Vigevano (la città dove allora era detenuta la madre). Entrambi i genitori sono stati condannati per mafia. Patrizia Messina Denaro ha finito di scontare la pena lo scorso luglio.

Le trasferte di Errante Parrino a Castelvetrano si sono ripetute. Faceva visita alle sorelle, ma anche alla madre del latitante Lorenza Santangelo. Nel 2021 ci fu un duro scontro con i Pace, Questioni di investimenti e di soldi mai restituiti. Per dirimere la faccenda sarebbe stato chiesto l’intervento di Matteo Messina Denaro.

L’ambasciata sarebbe arrivata tramite Paolo Errante Parrino e l’avvocato Messina. Quest’ultimo è stato pedinato durante una serie di incontri al bar San Vito di Campobello di Mazzara. Non è un locale qualunque, visto che si trova di fronte all’ingresso di via Cb31, la strada della casa in cui ha vissuto il latitante prima di essere arrestato.

“Solimano” rischiò di essere ammazzato

L’avvocato Messina arebbe il “Solimano” citato nelle lettere che Matteo Messina Denaro si scambiava con l’amante Laura Bonafede. Secondo la Procura di Palermo, Messina avrebbe gestito la cassa mafiosa da cui venivano prelevati i soldi per finanziare la latitanza del padrino arrestato nel 2023 e deceduto.
“Quel Solimano di merda di ci ha distrutti”, diceva sprezzante la maestra e figlia del capomafia Leonardo Bonafede.

Non sono i primi guai giudiziari per l’avvocato Messina che si muoveva fra la Sicilia, Milano e Bologna. Alla fine degli anni Settanta fu condannato per il sequestro di Luigi Corleo, il suocero dell’esattore mafioso di Salemi Nino Salvo. Poi la condanna per traffico di droga negli anni Novanta. Gli era piovuta addosso pure l’accusa pesantissima di essere stato il mandante dell’omicidio del giudice Giangiacomo Ciaccio Montalto. Un delitto costato l’ergastolo a Totò Riina e Mariano Agate. Messina fu scagionato.

In una delle tante lettere che il padrino si scambiava con la maestra emerge la rabbia di Matteo Messina Denaro nei confronti dell’avvocato Messina. Avrebbe anche pensato di ucciderlo per dei contrasti mai chiariti.

In un pizzino al 19 dicembre 2022 Bonafede scriveva che “a Solimano gli piace spendere soldi facili ma mai avrei potuto pensare che arrivasse a tanto, quando dici che gliela farai pagare che non ti fermi ti posso dire che ne sono certo, ti conosco anche sotto questo aspetto. Non ti nego che mi sarebbe piaciuto che avessi fatto due piccioni con una fava, Solimano e pancione, ma pancione ci sta pensando da solo mangia come un porco nemmeno può camminare più”. “Pancione” sarebbe Epifanio Napoli, oggi deceduto.

Barando Pace, il boss morto suicida in carcere, conosceva bene queste e altre dinamiche mafiose.


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