Palermo, Giuseppe, il lungo e la belva: i "pilastri della mafia" a Porta Nuova

Giuseppe, il lungo e la belva: ‘pilastri di mafia’ a Porta Nuova

I volti chiave dell'inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Palermo
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PALERMO – “Qua ci sono tre pilastri che non si possono toccare”, diceva Giuseppe Incontrera. I “pilastri” mafiosi a Porta Nuova erano Giuseppe Di Giovanni, Tommaso e Calogero Lo Presti.

I primi due avrebbero preso in mano il potere, passandosi il testimone. Il terzo è un grande vecchio che per sua scelta ha deciso di cedere il bastone del comando pur avendo le carte in regola per imporsi. Tutti e tre sono tra i 18 fermati nel blitz dei carabinieri del Nucleo investigativo, coordinati dal procuratore aggiunto Paolo Guido, e dai sostituti Giovanni Antoci, Luisa Bettiol e Gaspare Spedale.

Il fratello dei capimafia

Per la prima volta io sono entrato a marzo dell’anno scorso”, diceva Di Giovanni al consuocero Incontrera, collocando nel 2019 l’inizio della sua stagione al vertice. Aveva voluto che il parente acquisito in virtù del matrimonio fra i figli gli stesse accanto nella gestione degli affari e per chiarire a tutti chi fosse “il padrone di questa macchina”. “Padrone” poiché fratello dei capimafia Gregorio e Tommaso.

Di Giovanni dava gli ordini e Incontrera li eseguiva. Dalla droga al pizzo: tutto sarebbe passato dalle loro mani. Le cose cambiarono nel febbraio 2020 con la scarcerazione per fine pena di Tommaso Lo Presti, soprannominato il lungo per distinguerlo dal cugino omonimo detto il pacchione. “S’astutaturu i cuntaturi” (si erano spenti i contatori), diceva amaramente Incontrera.

Il ritorno di don Masino

Il ritorno di don Masino coincise con l’intraprendenza di Giuseppe Auteri, di cui da mesi si sesono perse le tracce ed è ormai un latitante. Auteri così fu piazzato a gestire la cassa del clan assieme a Incontrera. Un ruolo importante che va assegnato a persone di assoluta fiducia. “Ora appena diventa il numero uno manco si deve fare vedere”, diceva Auteri di Lo Presti che andava tutelato e coperto.

Il capomafia scarcerato fu accolto con un regalo. Incontrera e Di Giovanni omaggiarono Tommaso Lo Presti con una bicicletta elettrica.

La belva fra i pilastri

Prima di Masino era tornato in libertà Calogero Lo Presti, che a Porta Nuova chiamano zio Pietro. Di lui Incontrera diceva “una belva è”. Verso l’anziano boss tutti mostravano riverenza: “Tutti ci vannu a liccuniari”.

Incontrera, però, era fiducioso che “non ci si mette contro il nipote“. E cioè contro Giuseppe Di Giovanni. Che infatti restò al potere. Defilato sì, ma pronto a intervenire. “Una testa calda”, dicevano dello zio Pietro. E pure “violento”.

Come quando minacciò di “rompere le corna” a chi voleva intervenire per punire due ragazzi dopo una fuga d’amore, la fuitina. Incontrera addirittura diceva che secondo Di Giovanni “non ci si può andare dietro… male gli va a finire… Giuseppe gliel’ha detto, statti bello quieto”.

I carabinieri del Nucleo investigativo del Comando provinciale, guidati dal maggiore Salvatore Di Gesare, hanno registrato la scelta del settantenne Calogero Lo Presti di non pestare i piedi a chi aveva preso le redini del potere durante la sua assenza forzata.

Adesso sono tutti e tre in stato di fermo in attesa della convalida dell’arresto da parte de giudice per le indagini preliminari Filippo Serio. I “pilastri” sono in carcere, mentre Incontrera è stato assassinato la scorsa settimana con tre colpi di pistola in una stradina della Zisa.


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