PALERMO – Si sarebbe verificato un traffico illecito di influenze ma non un patto corruttivo nell’appalto assegnato dall’Asp di Siracusa. Lo aveva detto il giudice per le indagini preliminari e lo ha ribadito ora il Riesame che ha applicato due nuove misure cautelari e al contempo respinto le richieste di arresti domiciliari nei confronti, tra gli altri, del dimissionario direttore generale dell’Asp siracusana Alessandro Caltagirone. La decisione potrebbe incidere anche sulla posizione di Totò Cuffaro.
Il traffico di influenze è già contestato anche a Cuffaro. La Procura ha fatto appello insistendo per la corruzione. Il no del Riesame nei confronti di Caltagirone potrebbe anticipare l’esito per Cuffaro anche se bisogna considerare che a pronunciarsi sarà un collegio composto da altri giudici.
Ci sarebbero state delle manovre nel corso dell’aggiudicazione della gara per il servizio di portierato e ausiliarato. “Io mi sto muovendo con insistenza anche su Siracusa… per voi”, diceva Cuffaro a Marco Dammone e Mauro Marchese, allora rappresentanti dell’impresa Dussmann (l’impresa ha sempre ribadito la sua estraneità ai fatti e la correttezza delle procedure che l’hanno portata a vincere la gara).
A tutti gli indagati viene ora contestato il traffico di influenze. Il Riesame ha disposto il divieto di esercitare impresa e l’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria rispettivamente per l’imprenditore di Belmonte Mezzagno, Sergio Mazzola e per l’intermediario Ferdinando Aiello (ex consigliere regionale ed ex parlamentare calabrese del Pd).
È rimasta fuori la sola posizione dell’onorevole Saverio Romano (a cui la Procura contesta di essersi attivato per aiutare Mazzola) per il quale, dopo il no all’arresto per corruzione da parte del Gip, la Procura non ha fatto ricorso. Ricorso della Procura rigettato anche per i commissari di gara che non sarebbero entrati nel giro del traffico di influenze.
Restano aperte le valutazioni su altre due ipotesi: l’associazione a delinquere e la corruzione nell’ambito delle commesse del Consorzio di bonifica della Sicilia occidentale.
Il giudice per le indagini preliminari che mandò Cuffaro ai domiciliari per la corruzione legata al concorso per operatori socio sanitari all’ospedale palermitano Villa Sofia, pur respingendo l’accusa di associazione a delinquere, sottolineò che l’ex presidente della Regione siciliana “con pervicacia e spregiudicatezza, ha sistematicamente sfruttato il potere politico da più parti riconosciutogli e approfittato delle conoscenze dirette esistenti con pubblici ufficiali, dallo stesso reputati influenzabili in ragione del supporto politico garantito, per assecondare e favorire le richieste avanzate da privati, concludendo accordi illeciti, con grave compromissione dell’interesse pubblico”.
Ci sarebbe stato un “sistema” per “infiltrare” la sanità pubblica e il Consorzio di bonifica. Se il Tribunale del Riesame dovesse accogliere la tesi accusatoria andrebbe rivista la posizione non solo di Totò Cuffaro ma anche del deputato regionale della Democrazia cristiana, Carmelo Pace, del direttore del Consorzio, Giovanni Tomasino, dell’imprenditore Alessandro Vetro, e di Vito Raso, fidato collaboratore di Cuffaro.
“Dall’ascolto della conversazione risulta assolutamente percepibile la frase rivolta al Pace dal Cuffaro: ‘… e vabè… fattillu venire ddà e ci duni i sordi…”. Sui “soldi dati”, e secondo l’accusa girati a Tomasino, si registra lo scontro fra accusa e difesa. Per il Gip non sarebbe stata una tangente destinata a Tomasino, ma il “prezzo di una mediazione illecita” pagata da Vetro a Cuffaro.
Nella prima parte della conversazione è certo che si parlasse di soldi. La vicenda è quella intercettata dai carabinieri del Ros a casa Cuffaro. È qui che un giorno di aprile dell’anno scorso Vetro diceva all’ex presidente della Regione: “… tornando al discorso… che mi hai fatto poco fa dei soldi… te li prendi questi…”.
“Alessà sono assai questi perché io me li… non ho fatto nulla per meritarm… (si accavallano le voci)”, faceva notare Cuffaro. “… sì lo so… per l’amicizia… prendili”, rispondeva Vetro. E Cuffaro concludeva: “… va beh dammi sti so… e grazie… per il futuro…”. Si sentiva Vetro contare delle banconote fino a raggiungere la cifra di 25, 30 mila euro. Così sostiene l’accusa. Non ci vorrà molto per capire se la Procura abbia o meno convinto il Tribunale del Riesame.

