Il sequestro, l'amministrazione e il fallimento: "Distrutti dallo Stato"

Il sequestro, l’amministrazione e il fallimento: “Distrutti dallo Stato”

La Euroimpianti è una delle società dissequestrate e restituite ai Cavallotti
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“Stiamo facendo un processo su dei beni morti. Delle aziende restano le macerie e i debiti ”, aveva detto provocatoriamente l’avvocato Rocco Chinnici durante il processo di prevenzione patrimoniale. Poi arrivò il dissequestro dei beni degli imprenditori Cavallotti di Belmonte Mezzagno.

Il legale aveva chiaro lo scenario. Ora il Tribunale di Palermo ha dichiarato il fallimento della Euroimpianti, una delle società dissequestrate. In mezzo ci sono lunghi anni di processo. Il sequestro, disposto dalla sezione Misure di prevenzione allora presieduta da Silvana Saguto, è del 23 dicembre 2011, la revoca del 6 maggio 2019, ma è ancora in corso il processo di appello.

Proprio dalla Euroimpianti partirono i sospetti di infiltrazioni mafiose nel colosso Italgas. Ne scaturì un controllo giudiziario per tre anni, ma revocato dopo 12 mesi nel 2016 dalla Corte d’Appello

“Il morto era morto e, con questa sentenza, lo Stato certifica il suo stesso fallimento. Non c’è rabbia. C’è solo estrema consapevolezza – commenta uno degli amministratori, Pietro Cavallotti -. Non ce l’ho con nessuno dei responsabili di questo clamoroso disastro. È il sistema, è una legge che non funziona; una legge fatta scientificamente per produrre questi risultati. Sono semplicemente deluso da uno Stato sordo e cieco che distrugge, che non aiuta i suoi cittadini, che non pone rimedio agli errori che causa – aggiunge -, soprattutto quando gli errori stravolgono la vita di intere famiglie.
Noi, di fatto, siamo passati dalla sezione misure di prevenzione alla sezione fallimentare. Da un amministratore giudiziario a un curatore fallimentare. Tutto questo non ha senso. Il senso è stato solo quello di liquidare compensi agli amministratori giudiziari, ai loro coadiutori, ai periti nominati dal Tribunale. Il senso è stato la prima pagina sul giornale.
È tempo di porre fine a queste vergogne. Dispiace per i fornitori e per i dipendenti. Ma, soprattutto, dispiace per noi che abbiamo perso il frutto del nostro lavoro“.


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