Qui si fa il lavoro e si muore. Ma non sei il cuoco di Salò, di Francesco De Gregori, nel racconto della parte sbagliata (“Qui si fa l’Italia e si muore”) che si immola, comunque. Sei tu, dalla parte del sacrificio, dell’impegno, della fatica quotidiana. Sei un soldato valoroso della vita e del sudore. Ti trovi dal lato disgraziato degli eventi, la zona del dolore, in un giorno che non ti vedrà tornare a casa.
Un sabato di sole in via Marturano, a Palermo. I segni della tragedia – la gru, la pensilina sfondata – sono visibili già in lontananza. Poche ore prima due operai – Daniluc Tiberi di 50 anni e Najahi Jaleleddine di 41 anni – hanno perso tutto. Faniluc e Najhai sono stati sbalzati dal cestello della gru su cui stavano lavorando al nono piano di un palazzo.
Il dolore dei parenti
Sul posto si sono visti anche i poveri parenti, un fazzoletto straziato di persone che non hanno pace, né l’avranno mai. Fabio Teresi, consigliere comunale del Pd, sussurra. “Speriamo che non siano dimenticati”. Ha ragione nell’invocare memoria e speranza. Però, Palermo sa dimenticare, da primatista dell’oblio.
Palermo dimentica, questa è la sua maledizione, questo è il motivo per cui non cambia mai davvero, nonostante giuri di volerlo fare. Palermo si accorge di te, quando muori. Magari mette una targa, frequenta gli anniversari. E poi non ci pensa più.

Una bella giornata di sole. E senti freddo, nelle ossa. La tragedia di via Marturano risuona nelle parole di chi si raggruma nelle vicinanze. Al bar vicino si discute, come del Palermo, del meteo, del weekend. E’ drammaticamente normale. L’atrocità di un evento si sta già cristallizzando nel passato prossimo che diventerà remoto, via via che scorre il tempo. Fabio Teresi non vuole dimenticare, prova a trattenere: “Bisogna chiedere uno sforzo per la sicurezza, per i controlli. Non possiamo piangere e basta”. La gente del quartiere offre sincero cordoglio.
La gru e il crollo
L’immagine della gru provoca un soprassalto visivo ed emotivo, quando incroci il suo braccio piegato. Sembra che sia caduta una bomba, nel crollo che ha sfondato la pensilina. Pensi a quei due uomini, che inseguivano il pane, con la pioggia o col sole. Pensi a quello che avranno pensato. Alla paura, a una breve preghiera, forse, alle cose inumane che un cuore è costretto a conoscere, un secondo prima del baratro.
“Da oggi parte per noi una grande mobilitazione unitaria sul tema della salvaguardia della vita dei lavoratori. Non è più accettabile assistere a questi gravissimi episodi e a questa scia di sangue. Nei prossimi giorni definiremo le iniziative attraverso le assemblee con i lavoratori, perché è giunto il momento di agire per salvare delle vite. Coinvolgeremo tutta la città, le istituzioni e tutti coloro che sul tema della sicurezza sul lavoro, hanno una grande responsabilità”. Annunciano cosi la mobilitazione unitaria, Cgil Cisl Uil Palermo e Fillea Cgil, Filca Cisl e Feneal Uil Palermo.
Giustissimo. Resta solo un’ombra nel leggere la nota. Quel ‘da oggi’ segnala un ritardo nella consapevolezza. Non del sindacato che ha sempre ricordato il dovere della sicurezza. Di tutti.
Daniluc e Najahi
Chissà che faccia avevano, i due operai, mentre erano in famiglia, mentre giocavano con i figli, mentre spezzavano il pane, nel rito sacro della cena, mentre consumavano il cibo comprato col sudore di ogni minuto. Chissà come ridevano, nell’attimo della serenità.
Najahi – racconta l’Ansa – lascia la moglie e due bimbe, di 3 e 7 anni. Per sostenere la famiglia della vittima i genitori dei compagni di classe della minore delle due bambine stanno organizzando una raccolta di fondi. LiveSicilia si aspetta che le istituzioni diano una mano. Siamo sicuri che andrà così.
Chissà come sarebbe stata questa bella giornata di sole per Daniluc Tiberi e Najahi Jaleleddine. Avrebbero dormito un po’? Sarebbero andati sulla spiaggia di Mondello a tirare due calci al Super Santos? Invece, l’ultimo panorama che hanno incrociato è stato l’asfalto violento di uno scivolo sempre più vicino. Così si lavora. Così si muore a Palermo. La città che piange. E poi dimentica.
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