Se è vero, come è vero, che la speranza è la compagna del dolore, non c’è un posto migliore di Palermo per nascere e morire. Quest’anno celebriamo, col Festino, la nostra voglia di esserci e di navigare sulla barca della Santuzza, a dispetto della peste.
Dove è più necessario che sorga la speranza?
Guardando le foto della cronaca e orientandosi per fare rotta con la macchina verso via Orecchiuta, lembo estremo dell’ignoto, si arriva a filari di case che sarebbe generoso definire periferia. E’ la metropoli dimenticata, non vista, inesistente.
Un assassino accoltella la sua ex compagna. Allora, l’invisibile, per un orrendo miracolo del delitto, diventa manifesto. E ti trovi a viaggiare per territori estranei, con una bussola alla Stevenson, con persone che mostrano facce diverse, altre gestualità, irriducibili codici. A parte lo strazio, in pochi – nella Palermo che si illude di essere salva – hanno compreso le parole di una madre che aveva perso sua figlia, rilanciate dall’universalità mediatica. Si vedeva la rabbia. Saltava fuori dallo stomaco a molla compressa l’odio. Il lutto traboccava. Le frasi rimanevano oscure a punteggiare un discorso inafferrabile.
Nella capitale matrioska dentro un pezzo ce n’è uno differente. Non si salutano, perché non si conoscono. Ci sono strade, stradine, viuzze, tessere rovesciate, con linguaggi forestieri. Appartengono all’identico Comune per uno scherzo dell’amministrazione. In realtà, sopravvivono da corpi separati. In ogni viuzza, stradina o strada sventola una bandiera ipotetica con una scritta immaginaria: “Benvenuti nell’unica Palermo possibile. Diffidate delle imitazioni”. Qui piantiamo la speranza nel dolore della divisione. Speriamo che Palermo un giorno sia tutta intera.
Ritornando verso casa, con un giro più o meno largo, si arriva al carcere dell’Ucciardone. Alcuni giorni fa i detenuti reclusi in ambienti da animali, nella canicola dell’estate, hanno scritto una lettera alle istituzioni: “Oltre la pena detentiva che ricordiamo essere la privazione del bene più prezioso di un uomo, cioè la libertà, dobbiamo sopportare anche la condizione afflittiva di una pena accessoria che nessun Tribunale ci ha comminato: locali fatiscenti, spazi angusti (tre esseri umani in meno di 9 mq.), sistema sanitario anchilosato, assoluta mancanza di spazi e tempi di socialità, ma soprattutto nessuna iniziativa tesa a riscattare la coscienza dei cittadini italiani reclusi e favorirne il loro reinserimento nella società civile”. E’ commovente pensare che proprio in carcere resista una fetta della sparuta minoranza che ha fede nelle istituzioni, tanto da scrivere inutili e bellissime missive.
Li scorgi, guidando, gli agenti di polizia penitenziaria, cotti dal caldo, su merlature e avamposti che parlano di medioevo. Silenziosi e fedeli al dovere, nonostante la condizione di prigionieri della medesima prigione che dovrebbero sorvegliare. Sfiancati dalla scarsità di mezzi. Eppure stanno lì. Ecco perché tra le sbarre si crea una strana alleanza tra guardie e ladri. Infatti, nella lettera si legge: “Nonostante gli sforzi della Direttrice e l’umana comprensione da parte degli Agenti di Custodia di qualunque grado…”. Non è piaggeria, ma la condizione di un abuso che innesta rapporti di solidarietà umana.
Scorgi anche le donne dall’Ucciardone, che salgono con le loro borse dalla città profonda. Da quartieri in cui ti laurei spacciatore già a dieci anni. Le guardi le donne che hanno sacrificato la bellezza sotto i colpi di una ruga perenne. Ridono, stanno zitte, piangono, mentre attendono il colloquio oltre il muro. Qui, tra lacrime di gioia e risate di disperazione, piantiamo un seme di speranza. Speriamo che nessuno confonda più colpa e dannazione eterna. Pena e tortura.
La macchina si ferma. C’è un cassonetto. Un uomo in bicicletta si appoggia al bordo. Rovista nella spazzatura. Non trova nulla di prezioso nella gioielleria della munnizza. Bestemmia. Se ne va.
Se hai ancora benzina, il profumo della speranza puoi sentirlo sul serio. Di notte, i gelsomini di viale Campania praticamente cantano. Hanno un odore che non si lascia acchiappare. Devi essere a mezzanotte esattamente lì, tra le luci dei lampioni, nell’attimo in cui si compie la magia. La fragranza del gelsomino spinge alla curiosità, a sbirciare le finestre illuminate qualche piano più su. Come saranno le esistenze che non incontreremo mai? Dietro il vetro con la decalcomania al contrario, ci sarà un quattordicenne colto dall’amore. Un ragazzo che non dorme. Chissà. Rosalia era una ragazza. Il suo carro è la navicella che ci invita a salire con i nostri racconti, con i sogni e con la peste da guarire. Insieme, non si attende la salvezza dal cielo. Si prendono i pezzetti sparsi per avvicinarli e ricomporre il mosaico. Tutti sulla stessa barca.
Cos’è la speranza? E’ come quando uno muore. Un giorno arriva una busta col suo nome sopra. Qualcuno è morto. Ma qualcuno ha scritto lo stesso. Qualcuno lo ha cercato lo stesso. E tu non sai se essere felice o triste dell’istante breve che ha riportato la vita, dove non c’era più.
Non ci resta che cercarla Palermo, per chiamarla col suo vero nome. Non ci resta che non smetterle di scriverle. Un giorno, il nostro inutile amore arriverà a destinazione.

