Il silenzio, i nomi dei caduti, la folla: stragi di capaci, 34 anni dopo

Capaci, ore 17:58: l’attentatuni che 34 anni fa dilaniò i corpi e cambiò l’Italia

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La cerimonia all'albero Falcone in memoria dei caduti VIDEO

PALERMO – Palermo, la Sicilia, l’Italia non sarebbero state più le stesse. C’è un prima e un dopo il 23 maggio 1992. Alle 17:58 la mafia fece saltare in aria un tratto dell’autostrada a Capaci. Cinquecento chili di esplosivo per uccidere Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro.

Una ferita che resta aperta. La mafia alzava l’asticella dell’orrore e si sarebbe ripetuta il 19 luglio in via D’Amelio per assassinare Paolo Borsellino, Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.

Il lunghissimo corteo raggiunge l’albero Falcone in via Notarbartolo. Ad attenderli c’è Maria Falcone, la sorella del magistrato. “Oggi sul palco ci sono solo io, non voglio nessuno. Però con un po’ di tifo dico: Giovanni è nostro e guai a chi lo tocca”, dice. Ricorda il sacrificio del fratello, lodando l’amore profondo di una Palermo che rifiuta l’oblio e che ha il dovere di restare unita, ogni giorno, nella lotta contro le mafie e il malaffare.

La strada è strapiena di gente, ci sono i cartelli colorati delle scuole, le camicie azzurre dei gruppi scout, i gonfaloni delle istituzioni, le bandiere dei sindacati e i volti di tantissimi cittadini comuni. Mani incrociate in preghiera, occhi lucidi sul viso di chi c’era nel 1992 e di chi, allora, non era ancora nato.

È un sentimento profondo che unisce il dolore all’ammirazione per un uomo diventato simbolo globale di legalità. I più giovani sono qui a testimoniare proprio questo: che il messaggio di Giovanni Falcone è più vivo che mai, e che quelle idee, oggi, stanno camminando davvero sulle loro gambe. Il coro della piazza: “Fuori la mafia dallo Stato”

Gli studenti di varie scuole d’Italia coinvolti dalla Fondazione Falcone scandiscono i nomi dei caduti. La tromba intona le note del “silenzio”, poi l’applauso.

Quei corpi scossero le coscienze. Il prezzo pagati con quei corpi dilaniati è stato altissimo, ma lo Stato per troppo tempo silente e connivente reagì. I boss che vollero le stragi sono stati tutti condannati. Sono detenuti al carcere duro e alcuni sono pure morti in cella mentre scontavano la pena. Restano dei vuoti, dei buchi neri nelle indagini che alimentano sospetti e ricostruzioni non sempre legate alla realtà.

Fu solo la mafia a volere gli attentati e a organizzarli? Da 34 anni l’interrogativo si ripete. Di sicuro le stragi segnarono la storia e la cambiarono per sempre. Oggi è il giorno del doveroso ricordo, lontano dalle passerelle e dall’antimafia strombazzata. È soprattutto il giorno dei giovani e della gente comune, radunata in massa davanti all’albero Falcone. Una massa di uomini e donne che hanno un solo desiderio: esserci per testimoniare.


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