Palermo: anni di antimafia, ma c'è una mafia 'che seduce'

Anni di antimafia, ma l’ultimo blitz dice che c’è una mafia ‘che seduce’

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    è un’analisi lucida su cui dovrebbe riflettersi. I mandamenti sono ancora sotto controllo di personaggi che non hanno cambiato pelle. Una parte degli abitanti del quartiere si alza la mattina presto per affrontare una giornata di lavoro, spesso assai dura e stentata, altri invece non hanno motivo di fare levatacce, si presentano ad esigere quello che è loro dovuto, per le famiglie dei carcerati, per gli avvocati e per mantenere loro una posizione agiata oltre al rispetto e prestigio. I nomi sono sempre gli stessi; entrano in carcere, si fanno qualche anno, i sodali pensano intanto alle loro famiglie, quindi arriva il momento dell’uscita. Il giorno dopo sono a spasso a riscuotere consensi e pizzo. Il rimedio potrebbe essere una condanna di 10 anni la prima volta e, in caso di recidiva, 25/30 anni, senza sconti. Può essere che le mogli dei carcerati a quel punto pensino a cercarsi un lavoro, perchè verrebbero a mancare quelli che raccolgono i soldi per loro.

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Trovo sempre conforto e verifica nelle parole di don Corrado Lorefice, con il suo lavoro ha ridato a Palermo l’orgoglio di capoluogo. E’un esempio per tutti. Anche Palermo, sembra, si cominci a muovere seguendo il suo esempio. E dura. Ma non impossibile. E’, in ogni caso, non abbiamo alternative credibili al dominio dei nostri politicanti corrotti fino al midollo.

Con il dovuto rispetto, solidarietà al “minimo sindacale” nelle parole di monsignor Antonino Raspante. Vuol dire che così vanno le così fra i vescovi di Sicilia. Mentre in Calabria... “Noi vescovi di Calabria non possiamo tacere. Lo diciamo con il dolore di pastori, con la fermezza di chi sa che il silenzio, in certi momenti, diventa complicità. Chiediamo che le procure di Paola, Vibo Valentia e Trapani ricevano ogni risorsa necessaria per dare un nome a chi è stato restituito dal mare e per accertare le responsabilità. Meno arrivi, più morti. Chiediamo che si smetta di misurare il successo di una politica migratoria contando solo chi arriva senza considerare chi muore. Il mare ci chiede conto. Quei morti ci chiedono conto e noi non possiamo rispondere con il silenzio”.

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